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Cronaca

La donna che restò segregata a Savona per 120 giorni: il rapimento di Tullia Kauten

L'imprenditrice milanese fu rapita fuori dalla sua ditta e portata dai suoi rapitori in un appartamento di via Lichene a Savona

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La donna che restò segregata a Savona per 120 giorni: il rapimento di Tullia Kauten
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Savona. Centoventi giorni di prigionia in una casa di Savona dove i suoi rapitori l’avevano segregata in attesa che venisse pagato il riscatto. Protagonista, suo malgrado, di questa storia è un’imprenditrice milanese: Tullia Kauten. A ripercorrere questa vicenda, che risale al lontano marzo 1980, è Roberto Nicolick.

“Tullia – spiega Nicolick – è una giovane donna di 43 anni, si occupa di commercio, e gestisce nel milanese, assieme alla famiglia una grande ditta di import export di abbigliamento, la donna è una manager molto attiva e dinamica, che ha scelto di sposare il lavoro. Ha solo un cagnolino che la segue sempre, un bassotto nero a pelo ispido che si chiama Ticonderoga, sembra un nome buffo, in realtà è una località dove si svolse un episodio della Guerra di Indipendenza Americana”.

“Una sera, intorno alle 19,30 esce dalla ditta e con il suo fidato cagnolini, raggiunge la sua BMW posteggiata poco lontano, non ci arriverà mai, sarà rapita e portata via da una banda dedita ai sequestri di persona. Viene caricata su una 132 FIAT rubata in centro a Milano poche ore prima.. Il cane , nel corso del sequestro, scappa in azienda, raggiunge la porta e guaisce attirando l’attenzione del personale che trovano l’auto della manager con le portiere chiuse, alcuni pacchetti sui sedili e un bottone del cappotto della donna. Subito scattano le ricerche con numerosi posti di blocco. Il timore – prosegue Roberto Nicolick – è che faccia la fine di una precedente rapita, Enrica Marelli che morì per gli stenti subiti nel rapimento. L’auto usata per il sequestro sarà ritrovata al quartiere della Barona, con a bordo la borsa nera della donna, il suo passaporto e altri documenti”.

“La donna viene portata a Savona, chiusa in una cassa di legno e segregata in un appartamento in Via Lichene, a pochi metri dalla Caserma dei Carabinieri. Nella casa è stata ricavata un stanzetta insonorizzata, con pochissimi mobili, la poveretta verrà legata con una catena alla brandina, le metteranno dei tappi di cera nelle orecchie per impedire che ascolti le conversazioni dei complici dei rapitori, tuttavia la Kauten riuscì pur se chiusa nella cassa di legno a contare i gradini della scala e questo sarà di aiuto alle indagini” racconta ancora Nicolick.

“Al sequestro partecipano con diversi ruoli una dozzina di persone, uomini e donne, tutti affiliati ad un clan appartenente alla malavita organizzata Calabrese e con base a Platì. Le indagini e le ricerche vengo portate avanti in coordinazione tra la Questura di Milano e quella di Savona per competenza territoriale visto il luogo della prigione. La richiesta del riscatto ammonta da un miliardo di lire, che viene pagato. Ovviamente tutte le serie delle banconote consegnate agli emissari dei rapitori sono annotate mentre le indagini vanno avanti. La donna verrà tenuta in prigionia per ben 120 giorni, si ammalerà e sarà curata da un medico compiacente e poi liberata nelle campagne di Buccinasco. Due coppie residenti a Savona una delle quali proprietaria, avevano l’onere di sorvegliarla e darle da mangiare, verranno arrestati poco dopo la liberazione dell’ostaggio”.

“I rapitori inoltre commettono un errore imperdonabile, si recano al mercato scoperto del lunedì a Savona e passando da diversi ambulanti comprano merce per poche migliaia di lire pagando con biglietti da centomila, lo scopo è chiaro, vogliono riciclare il denaro del riscatto o parte di esso. La manovra non passa inosservata, vengono pedinati e poco per volta portano gli inquirenti sulle tracce di tutti componenti della banda che vennero arrestati in pochi giorni a Savona, Varazze, Reggio Calabria dove erano le menti del sequestro e in altri piccoli centri della Calabria, anche la donna di servizio della Kauten è arrestata, pare che sia la basista. A Milano fu arrestata una donna Pugliere, anch’essa coinvolta, aveva con sé 12 milioni e in casa deteneva numerosi reperti archeologici di grande valore. L’ultimo dei rapitori fu preso ad Aosta dopo due anni di latitanza. Della cifra pagata per la liberazione della imprenditrice furono recuperati 180 milioni in un appartamento in montagna e 280 milioni a Milano. Fu il segnale che la ndrangheta stava mettendo radici in Liguria. Nell’82 finalmente iniziarono controlli nelle banche da parte della Guardia di Finanza” conclude Roberto Nicolick.

Olivia Stevanin
18 Settembre 2015 alle 9:42
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