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Il tribunale respinge la richiesta di confisca per i beni di Pietro Fotia

Il collegio dei giudici ha applicato la misura di prevenzione soltanto per il papà dell'imprenditore

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Il tribunale respinge la richiesta di confisca per i beni di Pietro Fotia
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Savona. Richiesta respinta. E’ il verdetto del Collegio del tribunale di Savona sul procedimento per la confisca dei beni dell’imprenditore Pietro Fotia avanzata dalla Direzione Investigativa Antimafia di Roma.

Dopo l’accesa discussione davanti al tribunale del Riesame di Savona dello scorso maggio, nei giorni scorsi i giudici hanno sciolto la riserva rigettando la richiesta si applicazione di una misura di prevenzione patrimoniale nei confronti dell’imprenditore. E’ stata invece accolta la richiesta di confisca dei beni riconducibili al papà di Fotia, Sebastiano (scomparso nel corso del procedimento), che sono stati quindi confiscati agli eredi (si tratta di un terreno a Vado Ligure, acquistato dal Tribunale di Savona a seguito di un’asta nel 2006 e pagato € 1.550,00, di una casa, acquistata nel 1970 a £ 2.000.000,00, e di un negozio ad Africo, per un valore complessivo del valore di circa 2500 euro).

I giudici, alla luce della perizia contabile redatta da due commercialisti torinesi sul patrimonio di Fotia, non hanno ritenuto che sussistessero i presupposti per applicare la misura. Pur ritendendo – come si legge nel dispositivo del Collegio – che Pietro Fotia sia un “soggetto dedito abitualmente (e non solo occasionalmente) alla commissione di determinati reati” nonché “pericoloso socialmente”, i giudici scrivono che “in considerazione della situazione di sostanziale equilibrio finanziario emersa in capo a Pietro Fotia negli anni in esame (1996-2010), non possa ritenersi dimostrata a suo carico quella sproporzione tra il valore dei beni di cui il proposto risulta poter disporre, direttamente o indirettamente, ed il reddito dichiarato, solo in presenza del quale si giustificherebbe l’adozione a suo carico delle misure di prevenzione patrimoniali richieste dal pm”.

Decisiva per decidere si è quindi rivelato lo studio patrimoniale che era mirato proprio a “verificare la sussistenza dei presupposti oggettivi delle misure richieste”. Un quesito che, in termini meno tecnici, si era tradotto in un lavoro di analisi sui beni di Fotia alla fine del quale i periti avevano stabilito se il patrimonio dell’imprenditore fosse proporzionato alla sua attività e a quanto dichiarato al Fisco. Uno studio che la difesa di Fotia aveva infatti accolto con ottimismo.

La richiesta di confisca per Fotia riguardava appartamenti, auto, mezzi di cantiere: un patrimonio che secondo la Dia, l’imprenditore non poetva giustificare. Tesi che gli avvocati difensori dell’imprenditore (Fotia è assistito dagli avvocati Giovanni Ricco, Pino Mammoliti e Alain Barbera) hanno sempre respinto giustificando punto su punto la provenienza di tutto il denaro utilizzato per l’attività e l’acquisto di immobili.

Il verdetto è stato accolto positivamente dal diretto interessato che però non ha nascosto la sua amarezza: “Sono cose che segnano il futuro di una famiglia: non si può stravolgere una dichiarazione fatta poco prima (il riferimento è alle annotazioni nelle quali la Dia prima indica una ‘sperequazione’ di 554 mila euro e poi ridimensiona il dato fissandolo a 117 mila euro, ndr). Qui c’è una persecuzione provata e io devo trovare i responsabili. Hanno distrutto un bene per la città perché l’azienda faceva lavorare persone del territorio”.

“Le verifiche sono ben accette e i controlli anche, ma se non trovano riscontri non si deve andare avanti. Questa non è legge, abbiamo perso il criterio e la ragionevolezza. Io mi assumo le mie responsabilità e gli altri si assumeranno le loro” conclude Pietro Fotia.

Olivia Stevanin
23 Luglio 2015 alle 17:43
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