
Alassio. Alla gioia e alla trepidazione del popolo bianconero per la finale di Berlino si mescola il ricordo più brutto e doloroso: la tragedia dell’Heysel con le sue 39 vittime innocenti di cui proprio in questi giorni ricorre il trentennale.
E quel giorno, 29 maggio di 30 anni fa, c’era anche Rudy Leone, che oggi di anni ne ha 62, titolare dell’omonimo bar sul lungomare di Alassio e che non ha dimenticato quando l’Heysel di Bruxelles, si trasformò in un campo di battaglia e in un cimitero.
“Ero andato in macchina con mio fratello Oreste ed altri tifosi juventini con la speranza di festeggiare la prima Coppa dei Campioni bianconera, ma fu il caos – ricorda Rudy che è stato anche una gloria dell’Alassio Calcio che dalla Promozione sognava di andare in serie D – Ricordo che il settore Z dello stadio fu travolto dalla furia degli hooligans inglesi ubriachi. Anche noi eravamo schiacciati come sardine contro le balaustre. Lo stadio – lo dice apertamente – era inadeguato”.
I ricordi non svaniscono neppure per Rudy, lui che è sempre stato interista ma che seguiva anche la Juventus. Come tanti altri tifosi bianconeri ha visto la morte in faccia. “Ad un certo punto abbiamo visto i tifosi che precipitavano dalle gradinate, poco prima che iniziasse la finale Juve-Liverpool. Morti, però, anche per l’inadeguatezza dell’Heysel e dei servizi di sicurezza ed ordine pubblico”, dice apertamente il commerciante che spesso segue il fratello Oreste, cuoco del Borussia Dortmund in trasferte anche lontano da casa.
“Avevamo seguito le cariche degli hooligans, il caos e la disperazione dei tifosi che cercavano scampo dagli altri settori dell’Heysel – dice Rudy Leone – Fu una ‘Coppa maledetta’ che la Juve aveva inseguito per 30 anni, sfuggita già due volte, nel ’73 a Belgrado, dieci anni dopo ad Atene. Quanto era accaduto a Bruxelles fu un’azione vile che non dovrebbe trovare cittadinanza in nessuno stadio – dice ancora Rudy Leone – Questo anniversario dovrebbe essere utile alla riflessione per evitare che simili comportamenti si ripetano”.
E poi c’è il capitolo ancora tutto da spiegare, quello dello “show must go on”, dei calciatori che sapevano, ma hanno giocato o ai quali era stato tutto nascosto. “La polizia ci aveva scortato dopo una guerriglia senza senso per una finale che doveva essere una festa”, ricorda ancora il commerciante di Alassio.