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Unione dei Comuni, Borghetto non approva il recesso: scioglimento in stand-by fotogallery

La norma stabilisce che la modifica deve essere approvata dai due terzi dei consiglieri: hanno votato a favore sette su undici

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Unione dei Comuni, Borghetto non approva il recesso: scioglimento in stand-by
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Borghetto Santo Spirito. Un ennesimo colpo di scena (questa volta forse più prevedibile perché puramente “matematico”) che se pure non sarà compromettente in maniera determinante di sicuro non faciliterà il già travagliato percorso dell’Unione dei Comuni “Riviera delle Palme e degli Ulivi”.

Oggi il consiglio comunale di Borghetto avrebbe dovuto discutere e approvare la modifica allo statuto che autorizza i paesi membri (cioè la stessa Borghetto, Loano, Boissano, Toirano, Balestrino, Pietra, Borgio, Tovo, Magliolo e Giustenice) a recedere dal consorzio prima del termine minimo dei tre anni previsto dalla precedente versione del documento. Tale modifica deve essere discussa e approvata da tutti i Comuni soci e in seguito deve essere ratificata dal consiglio dell’Unione perché possa diventare effettiva. Se anche soltanto un parlamentino locale non approverà la variante, allora questa non sarà valida e il “diritto di recesso” anticipato non sarà valido.

Questo pomeriggio, come detto, il consiglio di Borghetto ha portato la pratica in discussione. Nella sua introduzione il sindaco Gianni Gandolfo ha ricordato le motivazioni che hanno portato sette dei dieci paesi membri (tutti quelli della Val Maremola più Borghetto e Balestrino) a chiedere di uscire dall’associazione.

Le motivazioni non hanno convinto i consiglieri di minoranza del Pdl Roberto Moreno e Bruno Angelucci, che, rivolti ai consiglieri di maggioranza, hanno osservato: “Mesi fa vi siete presentati qui in consiglio chiedendoci di approvare l’ingresso in una Unione. Ora siete tra i sette che ne hanno decretato il fallimento e chiedono di uscirne. La scelta di procedere in questo modo è di certo dovuta alla necessità di tutelare i piccoli interessi dei singoli comuni che vogliono andarsene. Ciò non fa altro che confermare l’idea che a stabilire le Unioni dei Comuni debbano essere le prefetture, perché gli amministratori a volte non sono in grado di gestire la tanta democrazia di cui beneficiano”.

“I Comuni – hanno proseguito – si lamentano sempre del fatto di non avere la forza necessaria ad operare con incisività per i tagli, le difficoltà, le scelte che arrivano dal Governo. Un esempio è il controllo del territorio: nonostante i tanti problemi che emergono continuamente, non si è fatto nulla per adeguarsi ai tempi. Il recesso è una sconfitta: il nostro territorio, per dimensioni e caratteristiche, si prestava bene alla costituzione di una Unione”.

Luigi Picasso del Gruppo Misto ha aggiunto: “Sono molto deluso. Mesi fa vi siete presentati qui chiedendoci con grande enfasi di votare per l’Unione come se rappresentasse la soluzione grazie alle tante ottimizzazioni che prometteva. Ora questo”.

Il capogruppo della lista civica “Lega per Borghetto” Paolo Villa (che è consigliere di minoranza nell’Unione per Borghetto) ha aggiunto: “Il primo consiglio dell’Unione è stato fatto in questa sala consigliare per esplicita richiesta del sindaco, ma poi quella sera non c’era nessuno, né il primo cittadino né il consigliere di maggioranza Emanuele Parrinello a fare gli onori di casa. A parte ciò, un elemento che ha sempre complicato il lavoro dei consiglieri, specie quelli di minoranza, è stata la scarsa quantità di informazioni che è arrivata: nessuno di noi è mai riuscito a sapere cosa stessero progettando i sindaci. A cominciare dalla decisione di recedere. Nessuno ce ne ha mai spiegato i motivi”.

Ha aggiunto: “La modifica allo statuto che andiamo ad approvare oggi va in contrasto con un altro articolo a proposito della permanenza dei membri all’interno dell’Unione. L’emendamento autorizza l’uscita anticipata, ma più sopra viene chiaramente indicato che non è possibile recedere prima di tre anni. Credo che questo possa costituire un vizio di forma in grado di vanificare l’intero documento”.

Gandolfo e Parrinello hanno ribattuto: “Abbiamo deciso di uscire dopo aver assistito alle defezioni dei cinque paesi della Val Maremola. A questo punto l’Unione così come era nata non esisteva più e quindi non aveva senso rimanere. Abbiamo preso una vera e propria facciata, ma in parte è stata anche colpa della fretta che ci hanno messo i tecnici, che hanno sottolineato la necessità di aderire ad un’Unione entro il 31 dicembre 2014 pena il commissariamento. Noi non eravamo obbligati, ma abbiamo deciso di aderire ugualmente. Tra l’altro già nel 2012 noi avevamo avviato un percorso di integrazione coi paesi della Val Varatella, Toirano e Balestrino, per la creazione di strategie comuni. Ora ci riproveremo. Occorre trovare accordi per la ricostruzione del tessuto del territorio”.

E sulla loro assenza in occasione del primo consiglio: “Quella riunione è stata convocata con un atto di forza. Non c’era alcun obbligo di convocarla entro i trenta giorni dalla sottoscrizione dello statuto da parte di tutti i soci. La possibilità che i paesi di area pietrese potessero uscire dal consorzio era già sul tavolo. C’è stato un fitto scambio di documenti e comunicazioni e ad un certo punto i toni sono diventati anche piuttosto pesanti. Tanto che qualcuno ha anche detto, senza mezzi termini: ‘Ve la farò pagare in altra sede’. A questo punto, per quanto fossimo in casa nostra, non ce la siamo sentita di fare i ‘bravi padroni di casa’”.

Moreno e Angelucci hanno aggiunto: “Ora noi stiamo uscendo dall’Unione, ma se un giorno il numero dei nostri abitanti scendesse sotto le 5 mila unità e per questo fossimo costretti per legge a rientrarci? Non si può pensare di recedere solo perché si stanno avviando percorsi con Toirano e Balestrino e perché è stata rinviata al primo settembre la scadenza per l’adesione alla centrale unica di committenza [lo strumento a cui devono ricorrere obbligatoriamente i Comuni per gli acquisti di importo inferiore ai 40 mila euro, n.d.R.]. Si tratta di una visione chiusa e non lungimirante”.

A questo punto i consiglieri comunali hanno votato la modifica allo statuto. La pratica ha ottenuto il favore dei sette consiglieri di maggioranza ma non dei quattro di minoranza, cioè Moreno, Angelucci, Villa e Picasso. La norma stabilisce che la modifica deve essere approvata dai due terzi dei consiglieri: a Borghetto il numero totale dei membri del consiglio è undici, quindi la pratica non è passata.

Come detto, perché possa essere valida e diventare effettiva, la modifica allo statuto deve essere approvata da tutti e dieci i Comuni dell’Unione. L’intoppo di Borghetto di fatto bloccherà i lavori anche negli altri consigli comunali, che anche se approveranno l’emendamento dovranno poi aspettare che i consiglieri borghettini si mettano d’accordo prima di poter vedere la pratica passare nuovamente nel consiglio dell’Unione.

Ma non tutto è perduto: la pratica sarà riproposta in occasione della prossima assemblea di Borghetto. Anche in quel caso occorrerà che sia approvata dai due terzi dei consiglieri. Cosa che difficilmente accadrà di nuovo salvo clamorosi cambi di idea di qualche consigliere. Se anche la seconda volta non sarà approvata, allora si procederà con una terza votazione. In quel caso perché la modifica passi basterà la maggioranza assoluta.

Luca Berto
29 Aprile 2015 alle 18:48
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