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Studentessa di Alassio: “Mio padre Vasyl pronto a lasciare la Riviera per combattere contro i russi in Ucraina”

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Studentessa di Alassio: “Mio padre Vasyl pronto a lasciare la Riviera per combattere contro i russi in Ucraina”
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Alassio. “Mio padre Vasyl è pronto a combattere anche a mani nude per il popolo, la famiglia e la libertà del nostro Paese”. Una storia che fa gelare il sangue se a raccontarla è una ragazza di appena 19 anni, viso dolce, occhi che lacrimano quando ricorda i tanti giovani come lei che hanno perso la vita per difendere la libertà, mandati al fronte con vecchi fucili senza pallottole. Il papà di Alina, Vasyl Nistor, 42 anni, artigiano e tuttofare, pochi giorni fa ha ricevuto una cartolina e non era di auguri, ma dell’Esercito ucraino. Deve preparare i bagagli e presentarsi al comando nella provincia di Leopoli: il suo nome è tra gli ex militari che hanno giurato fedeltà alla bandiera e alla Nazione ed è stato richiamato dall’Esercito ucraino per andare a combattere nelle zone calde del paese, a Donetsk per esempio.

Alina, studentessa al quinto anno dell’istituto alberghiero Giancardi di Alassio, non ha speranze: “Mio papà è pronto ad andare in guerra – dice con un nodo alla gola cercando di nascondere le lacrime che, da sotto gli occhiali, le bagnano quel viso tirato dal freddo della Riviera – Lui combatterà non per il popolo ucraino, ma per tutti noi, anche per me, mia mamma e mia sorella. L’Ucraina è la sua famiglia”.

Con un passato da poliziotto, Vasyl Nistor era arrivato in Italia sei anni fa. La moglie tre anni prima insieme ad Alina e alla sorella tredicenne. Insieme hanno trovato un appartamento a Diano Castello, nei pressi dell’ex caserma Camandone. Quasi un segno del destino. La casa di Vasyl si affaccia sul filo spinato di quello che un tempo fu un comando militare. La figura del soldato non l’ha mai abbandonato.

Alina racconta della sua gente trucidata e violentata perché è rimasta in contatto via Facebook con le amiche più strette, le sue compagne di scuola rimaste a Leopoli. “Dall’inizio di gennaio la situazione in Ucraina orientale sta peggiorando notevolmente. Nelle ultime tre settimane i morti non si contano più – dice stringendo i pugni – La televisione racconta che la città più colpita dalla guerra, tra esercito ucraino e i russi, è Donetsk. I negoziati tra le due parti sembrano a un punto morto: gli accordi preliminari dello scorso settembre raggiunti a Minsk, in Bielorussia, hanno garantito qualche mese di relativa tranquillità, ma non sono stati confermati da un accordo più stabile e duraturo. La guerra è ormai in corso ed è inarrestabile”.

Stando a quello che dice la NATO, il governo ucraino e diversi altri governi occidentali, la Russia, tra settembre e dicembre, non ha mai smesso di fornire uomini ed equipaggiamento militare russi. “È proprio così – dice Alina sfiorando con una mano il viso coperto da una lunga chioma bionda – La situazione oggi è piuttosto confusa e difficile da decifrare: il governo ucraino sembra non avere una strategia definita. Alterna momenti di grande sforzo militare a momenti di relativa calma, senza riuscire a concludere una guerra che va avanti oramai da quasi un anno. Tanti ragazzi combattono senza armi e un intervento degli americani ora è necessario perché i russi non vogliono solo riprendersi l’Ucraina che un tempo apparteneva all’ex Urss, ma anche altri Stati come la Moldavia, e praticamente penetreranno nell’Europa occidentale. Tutti devono sapere che la terza guerra mondiale è già scoppiata senza ma e senza forse“.

Alina racconta dell’escalation di violenze che ci sono state già nel febbraio dell’anno scorso in alcune piazze del Paese. “Sono arrivati i russi – dice – hanno trovato ragazzi inermi che stavano manifestando per la libertà. In 300 hanno perso la vita. C’era anche mio zio. Lui è sopravvissuto. Quando è tornato a casa era irriconoscibile”. Ora a casa Nistor sul comodino c’è quella lettera dell’Esercito. Servono 100 mila uomini come rinforzo. Se non si trovano in Ucraina, allora si cercheranno anche altrove. Vasyl, l’ex poliziotto, vuole partire lo stesso. “Io ho vissuto abbastanza e devo far crescere libere le mie due figlie. Non posso aspettare che i russi sterminino il mio popolo e la mia famiglia mentre difendono la patria”.

Giò Barbera
6 Febbraio 2015 alle 10:26
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