
Sono passati 20 anni dalla drammatica alluvione di Albenga, era sabato 5 novembre 1994 e la mattina dopo la città si risvegliò ferita e divisa in due. I telefonini erano un oggetto ancora “per pochi”, i social network non esistevano e internet era roba per “smanettoni”. Quel giorno la maggior parte degli albenganesi scoprirono quello che era accaduto solo la mattina seguente quando la città era già stata invasa da fango e detriti.
Il vecchio ponte in ferro fu dichiarato inagibile e la città rimase “divisa in due” per oltre un anno, fino a quando, il 24 dicembre 1995, fu inaugurato il “ponte rosso” oggi divenuto uno dei simboli della città.
Per ricordare questo tragico evento, che in molti sui social network durante l’allerta 2 di ieri hanno menzionato, diamo spazio al post di un albenganese che all’epoca dei fatti aveva “solo” 22 anni, ma che rimase segnato per sempre, come tutto il resto della città, da quella notte.
Era sabato, lo ricordo bene, era un sabato di novembre ed allora, 20 anni fa, era normale che i sabati di novembre, che i giorni di novembre, fossero piovosi.
Il 5 novembre 1994 era un sabato e come tutti i sabati avevamo fatto riunione con i Lupetti, in quella sede SOTTO la strada, nello scantinato, una sede che ospitava uno dei Branchi di Lupetti più vecchi d’Italia e che resisteva da molti anni.
A causa della pioggia, che cadeva da almeno un paio di giorni, saltò la partita del sabato, la madre di tutte le partite, quella da cui, trascinandoci fino quasi ai giorni nostri, mi è stato possibile realizzare il sogno di scrivere un libro.
Tutti a casa quindi, dove vuoi andare con st’acqua? La mia fidanzata era via per l’università, niente calcio, sabato sera casalingo, all’epoca niente internet, si andrà a letto presto.
Poi la normale pioggia di novembre inizia a diventare troppa pure per essere pioggia di novembre, i soliti tombini che si intasano, sotto casa mia il solito lago.
Ma quella volta andò diversamente, perché il “solito” lasciò il posto all’eccezionale, all’imprevedibile. Verso sera, quando ormai era buio, saltò la luce e dalla finestra vedevamo la strada scomparire e farsi fiume ed il fiume che pian piano saliva. Il Centa uscì, all’altezza dello stadio, la strada di casa mia scomparve del tutto, mentre noi a casa eravamo più incuriositi che spaventati, perché ancora non era chiaro cosa stava succedendo, e l’unica cosa che ci preoccupava era sapere come avrebbe fatto mio padre a tornare indietro dal lavoro.
Poi ricordo quel rumore, un lungo, interminabile scroscio, di acqua che entra, si impadronisce di cose, oggetti, muri, ricordi. Affacciato alla finestra non capisco da dove provenga, lo intuisco solamente, in ritardo: la sede dei Lupetti, completamente allagata, sotto quasi due metri d’acqua.
Sabato 5 novembre 1994 non capii subito cosa era successo alla mia città, perché era buio, perché tutto sommato una volta che mio padre era rientrato sembrava che la situazione fosse calma e soprattutto sotto controllo.
Lo shock, fortissimo, arrivò domenica, col chiaro.
Affacciarmi e vedere quella interminabile colata di fango mi fece realizzare di colpo cosa era successo; la desolazione delle strade, l’aria spettrale, il vento che rendeva il tutto ancora più funereo, il ponte pericolante: albenga era stata colpita, duramente ed io accusavo fortissima la botta.
Alcuni giorni dopo i gruppi scout di albenga parteciparono alle operazioni di pulizia e sgombero ed io capitai nella zona delle serre: interi magazzini ricoperti di fango, melma, merda.
E quell’odore, acido, pungente, che ti si pianta nel naso e nella testa e non va più via, che restò lì per giorni, mentre negli occhi avevo ben impresse le cose, i ricordi, le vite che quel maledetto sabato di novembre aveva rovinato per sempre.
A 22 anni, stupido ed immaturo, realizzo forse per la prima volta il bene che voglio al posto dove ho trascorso tutta la mia vita, lo capisco girando per le strade e guardando quelle cataste altissime di cose buttate vicino ai cassonetti, lo capisco nel colore delle mie scarpe ogni volta che esco a piedi, lo sento distintamente nello sbigottimento della gente che ancora deve riprendersi dallo shock. Percepisco la gravità dell’accaduto e lo riesco a codificare negli occhi atterriti della mia fidanzata il weekend successivo, quando torna dall’università e nel breve tratto dalla stazione a casa sua si rende conto della situazione e resta di sasso.
Mi scopro innamorato di albenga, di una albenga ferita e sofferente. Un amore che non mi ha lasciato nemmeno dopo essermi trasferito, dopo che la mia famiglia ha lasciato la casa dove sono cresciuto.
Quel weekend di 20 anni fa mi ha fatto scoprire il mio amore per la mia città, mi ha fatto sentire parte di una comunità, ma ha messo a nudo anche le mie debolezze, mi ha fatto fare i conti con quella che ritenevo essere una corretta scala di valori e di priorità.
Quando il mese scorso sono andato a dare una mano a genova, ho sentito di nuovo quell’odore e tutte queste sensazioni si sono rifatte vive. 20 anni fa, dentro quel fango, probabilmente sono diventato un po’ più uomo. (ecco il link al blog del “Cala”)