
Savona. “La dottoressa Bonello non ha mai fornito alla Diocesi informazioni precise e circostanziate, limitandosi a riferire di essere venuta a conoscenza di episodi di abuso nell’ambito dell’esercizio della professione medica da lei esercitata, ma senza fornire elementi concreti e nuovi per un ulteriore intervento del Vescovo, il quale ha sempre risposto che se aveva informazioni rilevanti doveva rivolgersi all’Autorità competente”. Così la Diocesi di Savona-Noli chiarisce la sua posizione dopo la dura omelia di don Lupino ai funerali di Luisa Bonello, la donna di 53 anni morta suicida e che aveva svolto inchieste sui casi di pedofilia nel savonese.
“Questa è sempre stata e resterà la linea di condotta del vescovo Lupi, sotto il cui episcopato peraltro si è giunti alla riduzione allo stato laicale di due sacerdoti ritenuti colpevoli di abusi”.
“Nessuna ritorsione da parte della Diocesi, il mandato di ministro straordinario dell’Eucaristia le è stato conferito addirittura successivamente a questi colloqui con il Vescovo, avvenuti in un clima di serenità e collaborazione. Il ritiro del mandato è avvenuto invece tempo dopo esclusivamente perché la dottoressa Bonello conservava in casa l’Eucaristia (come da lei stessa affermato), ribadendo di voler continuare in questo atteggiamento, nonostante fosse stata avvertita della proibizione secondo il Diritto Canonico di tale comportamento. Solo dopo il ritiro del mandato, la dottoressa Bonello si è recata a Roma per portare le sue denunce” precisa ancora la Diocesi savonese.
“Si ricorda d’altra parte che la Segreteria di Stato ha affermato che la documentazione consegnata dalla dottoressa Bonello non ha aggiunto nulla a quanto già la diocesi aveva precedentemente inviato”.
“Rispetto alle affermazioni di don Lupino, parroco di Lavagnola che ha celebrato i funerali, si conferma con determinazione che molte sue accuse pubbliche non offrono elementi ulteriori di comprensione rispetto alla completa assenza di elementi oggettivi, che non sono stati portati a conoscenza della Curia. Ad esempio, relativamente all’accusa di gravi comportamenti tra sacerdoti, don Lupino si assuma la responsabilità di fare chiaramente i nomi con prove certe e documentate, altrimenti l’obiettivo non sarà la verità, che la Diocesi stessa auspica in ogni campo, ma soltanto la diffamazione verso i confratelli. Si ribadisce che esistono sedi legittime, sia civili che canoniche, in cui presentare documentate denunce che permettano di affrontare i problemi alla radice” conclude la Curia savonese.