
Albenga. Pagavano soldi per venire in Italia dove poi erano costretti a lavorare senza percepire alcuna retribuzione. Dietro a questo giro di sfruttamento e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina ci sarebbe un imprenditore agricolo della piana albenganese di 39 anni, che è attualmente indagato a piede libero nell’ambito di un’inchiesta portata avanti dalla guardia di finanza. A denunciarlo sono stati cinque ex dipendenti, tutti di nazionalità marocchina, che agli inquirenti hanno descritto nei minimi dettagli le ingiustizie che avrebbero subito.
In particolare, secondo la denuncia, i braccianti assunti dall’azienda pagavano, tramite degli intermediari, al datore di lavoro una somma per poter arrivare in Italia. Una volta arrivati nell’Albenganese poi iniziavano a lavorare nell’azienda agricola, ma senza ricevere nemmeno un soldo. Sarebbe stato questo infatti il “prezzo” da pagare per ottenere il permesso di soggiorno. I fatti contestati risalirebbero al 2011 quando l’azienda finita nel mirino della Procura era in espansione e, di conseguenza, aveva avuto necessità di assumere più lavoratori. Un bisogno al quale, sempre secondo quanto gli viene contestato, l’imprenditore avrebbe ovviato facendosi pagare dai giovani marocchini che assumeva (si parla di cifre intorno ai 1000 euro per ogni straniero).
Questa mattina, le accuse contro l’imprenditore sono state “cristallizzate” attraverso un incidente probatorio: davanti al giudice Fiorenza Giorgi sono stati chiamati a testimoniare i cinque marocchini che avevano presentato la denuncia ai finanzieri. Gli stranieri, uno dei quali ha raggiunto Savona in treno da Salerno dove lavora in una piantagione di pomodori, in aula hanno confermato tutte le loro accuse. I nordafricani, che sono assistiti dagli avvocati Nazareno Siccardi e Carlo Manti, hanno raccontato di aver pagato un migliaio di euro tramite connazionale che era in contatto con l’azienda agricola e poi di non aver ricevuto il compenso per il loro periodo di lavoro. Inoltre i braccianti hanno accusato il datore di lavoro anche di averli fatti lavorare in nero: “Ero in regola per quattro ore, ma ne lavoravo molte di più. In più la retribuzione oraria non era quella prevista, ma era di 5 euro”.
Con la conclusione dell’incidente probatorio è probabile che l’inchiesta arrivi alla conclusione in tempi brevi. Una volta che il pm notificherà il fine indagine, l’imprenditore, che è difeso dagli avvocati Maurizio De Palo e Salvatore Di Bella, potrà chiedere di essere interrogato o presentare memorie difensive. Da parte sua comunque l’indagato ha sempre respinto ogni accusa negando di aver mai preso soldi dai lavoratori che assumeva. Per quanto riguarda il mancato pagamento degli stipendi, i suoi difensori hanno specificato che gli ex dipendenti hanno transato e sono quindi stati retribuiti.