
Liguria. Una condanna a tre anni di reclusione per l’ex ministro Claudio Scajola chiesti dai pm della procura di Roma per il presunto finanziamento illecito in relazione all’acquisto di un appartamento vicino al Colosseo. L’accusa ha chiesto inoltre il pagamento di una multa da due milioni di euro. Stessa condanna è stata chiesta per l’imprenditore Diego Anemone, considerato personaggio chiave dell’inchiesta nata a Perugia sul G8 e di cui quella sulla casa di Scajola rappresenta un filone giunto per competenza a Roma.
Anemone avrebbe pagato, attraverso l’architetto Angelo Zampolini, parte della somma versata dall’ex esponente del Pdl (1,1 su 1,7 milioni di euro) per l’acquisto e avrebbe poi dato centomila euro per la ristrutturazione. L’inchiesta provocò le dimissioni di Scajola dal governo Berlusconi.
“Le prove documentali e testimoniali emerse durante il processo hanno rivelato la superficialità e l’inesattezza delle indagini condotte dalla Guardia di Finanza” ha detto oggi in aula a Roma l’avvocato Elisabetta Busuito, uno dei difensore dell’ex ministro Claudio Scajola.
“Ogni correlazione – ha proseguito il penalista nel corso della sua arringa difensiva – tra movimenti bancari di società del gruppo Anemone e la dazione della differenza per il pagamento dell’appartamento non solo non ha prova che la suffraghi, ma si configura come una vera e propria illazione”.
Secondo l’avvocato Busuito.”non vi è alcun riscontro provato che supporti il reato di finanziamento illecito. La perizia relativa ai flussi bancari ha rivelato come non vi sia traccia rispetto ad orari e modalità di versamento degli assegni. La perizia – spiega – relativa al valore dell’immobile ha confermato la congruità del valore dell’immobile di via del Fagutale rispetto alla cifra pagata dall’onorevole Scajola”.
Infine per quanto riguarda i lavori di ristrutturazione secondo il difensore di Scajola “essi venivano pagati regolarmente da Scajola, come è emerso in fase dibattimentale, così come da Scajola è stato ad esempio pagato il notaio. Chiediamo, quindi, l’assoluzione perché il fatto non sussiste”.