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Cronaca

Femminicidio e violenza sulle donne: la “squadra speciale” della questura savonese che si occupa dei più deboli

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Femminicidio e violenza sulle donne: la “squadra speciale” della questura savonese che si occupa dei più deboli
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Savona. Si occupano dei reati più odiosi, quelli di cui si fa fatica a parlare e che lasciano nelle vittime conseguenze spesso irreversibili. In essi si coniuga l’inflessibilità della legge e la particolare sensibilità di chi si rapporta quotidianamente con i più deboli e con storie che farebbero venir voglia di tapparsi le orecchie e dimenticare.

Stiamo parlando degli uomini della Seconda Sezione della Squadra Mobile di Savona, impegnati nelle repressione dei reati contro la persona, in particolare contro donne e minori. Quattro “moschettieri” – due uomini e due donne – che lavorano dietro le quinte, nella più assoluta riservatezza, dovuta alla delicatezza dei casi da trattare. Il loro contributo diventa fondamentale in un momento in cui i termini “femminicidio” e “violenza sulle donne” occupano quasi quotidianamente le pagine dei giornali.

Fenomeni, questi, che hanno trovato, e purtroppo trovano, terreno fertile anche nel Savonese, con casi più o meno eclatanti – dall’omicidio della 32enne Kamila Lysadorska, uccisa a coltellate nell’ottobre 2010 ad Albissola Marina dall’ex convivente Walter Nicolò Vivado, a episodi di pestaggi con mogli e fidanzate che finiscono in ospedale per mano di uomini violenti e vigliacchi – e che anche qui vengono monitorati ancora più da vicino, grazie al lavoro di un team specializzato della questura.

“Data la delicatezza dei casi, si tratta di personale specializzato che ha seguito corsi di formazione ad hoc, a Roma così come in Liguria, e che è in grado di rapportarsi alle vittime con competenza e una particolare capacità di entrare in contatto con esse – spiega il dirigente della Squadra Mobile di Savona, Rosalba Garello – Nel caso dei minori, poi, il lavoro è particolarmente impegnativo perché, oltre a misurarsi con i reati più odiosi, è necessario conquistare la fiducia delle piccole vittime e ottenere da loro un racconto più spontaneo possibile. Spesso si tratta di confidenze che il bimbo ha affidato prima ai genitori, o alla maestra, e che, oltre a fargli rivivere di continuo il trauma subito, rischiano di ‘inquinare’ involontariamente il racconto stesso. Ovviamente, in tutti questi casi ci avvaliamo dell’aiuto di psicologi”.

“Nei confronti della donne abusate, invece, ci scontriamo con una certa reticenza a denunciare – continua il dirigente della Squadra Mobile savonese – Il legame di affetto che, nonostante tutto, lega la vittima al carnefice non è sempre facile da spezzare, soprattutto quando ci sono figli di mezzo. Tuttavia stiamo registrando negli ultimi anni una maggiore capacità di reazione da parte delle donne: non è aumentato il numero di casi, semmai è diminuito il numero del ‘sommerso’, ossia dei reati non denunciati per paura o vergogna. Merito anche di un cambio culturale che, sebbene lento, comincia a dare i suoi frutti e, come è giusto che sia, a non colpevolizzare le vittime per ciò che accade loro”.

“La presenza di donne nel team ci aiuta a rapportarci più facilmente con le vittime in rosa; per ciò che concerne i minori, cerchiamo di assisterli al meglio incontrandoli in luoghi diversi dalla questura, in modo da non intimorirli – spiega ancora Garello – Esistono anche protocolli internazionali che ci dicono come comportarci in situazioni in cui il rischio enorme è quello di inquinamento delle prove: di qui la necessità che il bimbo non parli con troppe persone ma solo con il personale specializzato. La genuinità della prova è il criterio più importante da seguire”.

A dare una mano al lavoro di questi professionisti, anche il decreto sul femminicidio approvato ad agosto dal Consiglio dei Ministri (decreto che dovrebbe approdare in Aula nei prossimi giorni e che deve fare i conti con 400 emendamenti e con pericolosi “slittamenti”). Con le nuove norme sarà ad esempio possibile intervenire subito per allontanare da casa il coniuge violento: ciò grazie a un’azione preventiva disposta dal questore.

“Un aiuto importante e che accelera i tempi per sottrarre la donna al suo aguzzino – sottolinea Garello – Per il resto, fondamentale è il cambiamento di mentalità: oggi si comprende che anche una prostituta può essere violentata, pensiero per molti incomprensibile fino a pochissimi anni fa”.

Federica Pelosi
1 Ottobre 2013 alle 16:42
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