
Savona. Shaban Haxaj, 40 anni, muratore albanese, il 4 settembre del 2008 era precipitato dal terrazzo di una casa in ristrutturazione in Via Nazionale Piemonte, in località Maschio. Nel processo relativo al suo incidente sono state rinviate a giudizio quattro persone: Mario Musso, il datore di lavoro, Maurizio Briano, il dirigente di fatto dell’impresa, Franco Rocciola, il direttore dei lavori, e Salvatore Gozza, il committente.
Stamattina si è svolta una nuova udienza, con l’esame di due degli imputati e l’acquisizione dei verbali con le deposizioni degli altri due. Il processo si avvia alla conclusione. La prossima udienza è fissata per l’8 novembre con la discussione.
Le condizioni dell’operaio, precipitato da un’altezza di circa quattro metri, erano apparse subito gravissime tanto che dopo un primo ricovero al San Paolo era stato trasferito nel reparto Rianimazione del Santa Corona di Pietra Ligure. Dopo diversi giorni di coma farmacologico, l’uomo era stato risvegliato, ma a causa delle gravi lesioni (fratture a livello addominale) aveva perso l’uso delle gambe.
Dagli accertamenti eseguiti subito dopo l’incidente, al dramma si era aggiunto anche un doppio “giallo”: fin da subito non era stato chiaro perché l’operaio si trovasse quella mattina in cantiere, né perché il cantiere fosse in attività dal momento che, come aveva precisato il progettista e direttore dei lavori, l’ingegner Franco Rocciola, “il cantiere avrebbe dovuto essere sospeso”. Dubbi si erano anche sollevati sulla tipologia di rapporti tra Haxaj e la ditta alla quale erano affidati i lavori, l’impresa Co.Ed. di Mario Musso, della quale l’albanese non era infatti risultato essere dipendente.
Secondo l’accusa l’operaio era precipitato dopo che una vecchia ringhiera, che avrebbe dovuto essere sostituita, aveva ceduto all’improvviso. Gli imputati devono rispondere, in concorso, dell’accusa di lesioni gravissime perché non avrebbero preso tutte le necessarie precauzioni per evitare l’infortunio dell’operaio. Il datore di lavoro inoltre deve anche rispondere dell’accusa di aver impiegato in nero il dipendente che era irregolare sul territorio italiano. Il titolare della ditta si era sempre difeso spiegando che l’operaio era in quel cantiere perché doveva recuperare degli attrezzi, ma non per lavorare.