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Cronaca

Don Luciano Massaferro, ecco il ricorso in Cassazione: nuova lettera dal blog rivolta alla Chiesa Cattolica

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Don Luciano Massaferro, ecco il ricorso in Cassazione: nuova lettera dal blog rivolta alla Chiesa Cattolica
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Savona. E’ stato depositato il 29 febbraio scorso il ricorso in Cassazione presentato dai legali di Don Luciano Massaferro contro la sentenza della Corte di Appello di Genova del 18 novembre 2011 che aveva confermato la condanna in primo grado del sacerdote alassino a sette anni e 8 mesi di reclusione. In 61 pagine l’avvocato Mauro Ronco, del foro di Torino, ha motivato la richiesta alla Suprema Corte di scagionare il prete di Alassio dalle accuse di abusi sessuali su una chierichetta di 12 anni.

Sette i punti della difesa presi in esame nel documento giudiziario: inosservanza ed erronea applicazione della legge processuale e per vizio della motivazione con riferimento alla violazione del diritto di difesa e del diritto al contraddittorio dell’imputato; l’omessa considerazione delle prove raccolte dalla difesa tese a discolpare don Lu; l’assoluta inadeguatezza metodologica dell’indagine psicologica condotta sulla minore, nonché alla erronea valutazione dell’attitudine della stessa, sotto il profilo intellettivo ed affettivo; l’omessa valutazione dell’attendibilità oggettiva della minore, sotto i diversi profili dell’incostanza dichiarativa, dell’incongruità dell’approccio dichiarativo con le altre bambine e dell’illogicità intrinseca del discorso; in appello non sono state prese in esame le rimostranze della difesa in merito ai criteri di attendibilità della testimonianza della minore; la deposizione della minore nell’incidente probatorio non sarebbe stata inquinata dal contatto suggestivo intrattenuto con l’assistente di Polizia che l’aveva sentita e incoraggiata in una precedente audizione; infine la mancanza assoluta e illogicità della motivazione con riferimento all’assunto – che costituirebbe un riscontro dell’attendibilità della minore – secondo cui l’imputato avrebbe deciso di “distruggere i registri” o di farli scomparire “successivamente”.

Intanto sul suo blog il prete alassino ha pubblicato una nuova lettera che, questa volta, non affronta questioni direttamente legate all’aspetto giudiziario, una missiva datata 11 marzo (803° giorno di detenzione) e che ha come incipit un riferimento a S. Agostino: “Amiamo il Signore, Dio nostro; amiamo la sua Chiesa! Amiamo lui come padre, amiamo la Chiesa come madre…”.

“Come sapete sono un sacerdote innamorato della Chiesa, la sento da sempre Madre nel senso più pieno della parola, le sue “rughe” non mi impediscono di vederne trasparire la bellezza, l’infaticabile opera di promozione umana fatta nel corso dei secoli e l’attuale lavoro silenzioso di tanti confratelli impegnati a servizio dei più poveri in condizioni spesso di grande disagio. Questa Chiesa che amo, come dicevo, nonostante il dolore per le rughe del peccato commesso dagli uomini che hanno agito nel corso dei secoli a suo nome, ritengo debba essere difesa, pur nel rispetto della verità oggettiva, anche perché mi pare che in questo ultimo periodo il mondo cattolico non stia certo brillando per iniziative concrete, radicali, veloci e soprattutto trasparenti” scrive don Lu.

“La mia riflessione si muove in due direzioni, tra loro complementari, unite da una premessa. La premessa è che ovviamente di fronte a ministri di culto (ma ovviamente a chiunque) implicati in provate condizioni di colpevolezza, la tolleranza sul loro comportamento sia pari a zero. Non credo necessario spendere altre parole in merito. Che il rispetto verso i bambini sia un valore sacro è uno di quei pensieri che, almeno nel nostro paese, pare assodato seppur troppo spesso soltanto a livello di concetto. Vengo dunque alla prima riflessione: ferma condanna dei comportamenti delittuosi. Le persone che incontro esprimono un vero e proprio grido nei confronti di coloro che hanno responsabilità nel contrastare fenomeni aberranti come la violenza sui minori: il primo passo perciò credo consista nel fare in modo che certi comportamenti non possano più accadere, fermando senza indugio le persone colpevoli, senza però dimenticare la differenza tra peccato e peccatore, lavorando quindi anche ad un profondo “riequilibrio” della persona condannata”.

“A mio modesto avviso l’abuso sui minori è un comportamento fortemente deviato e pertanto necessita di cure specifiche, di un serio intervento a livello medico-psicologico, senza trovare sempre la solita scusa della mancanza di fondi. Lo sconto di una giusta pena non può essere pertanto disunito da un intervento più ampio; parcheggiare per anni in carcere i colpevoli di tali delitti, senza occuparsi minimamente di intervenire per evitare comportamenti recidivi, è invece quanto accade molto spesso nelle sovraffollate carceri italiane” prosegue il prete alassino nella sua lettera.

“…Connotare l’espiazione della pena come un internamento in stile “allevamento intensivo” è una strada che non ha futuro; persino i maiali, secondo le normative della comunità europea, hanno diritto ad almeno tre metri quadrati di spazio perché si eviti la denuncia di maltrattamento..”.

“A fronte della ferma condanna di comportamenti inqualificabili credo ci si debba dunque seriamente impegnare anche a difendere chi non c’entra con i crimini sopra citati; il mettere uno in galera, tanto per calmare lo sdegno della popolazione, è una tattica tanto frequente quanto avvilente, almeno per uno stato che ambisce alla democrazia e al garantismo. L’espiazione della pena dovrebbe, anche in Italia, essere fatta da chi ha commesso il delitto per cui è stato chiamato in giudizio e dichiarato colpevole dopo il terzo grado di giudizio. Non si tratta di una linea di pensiero nuova, infatti oltre che essere stata applicata in passato anche nel nostro paese, trova le sue radici già nella storia antica del popolo di Israele. A questo riguardo vorrei richiamare un passo del libro del Profeta Ezechiele (cap. 18): “Se il giusto si allontana dalla giustizia per commettere l’iniquità e a causa di questa muore, egli muore appunto per l’iniquità che ha commessa”. Questo profeta scrisse in un periodo storico datato intorno al VI sec. a.c. nel contesto drammatico dell’esilio a Babilonia del popolo di Israele. Si era quindi passati da una nozione di “colpa collettiva” a quella di “colpa personale”, permettendo un sostanziale quanto decisivo progresso in materia di morale”.

“Terza riflessione: azione concreta e trasparente. Colpevoli condannati, innocenti difesi, ma cosa fare subito? Davanti a questo immane scandalo che ha scosso così tanto la Chiesa Cattolica in questi ultimi anni, mi pare doveroso fare prontamente chiarezza, onde evitare pericolosi fraintendimenti. L’alternativa di uno stillicidio di casi veri o presunti sinceramente mi pare funesta. Potrebbe generare nell’opinione pubblica l’idea che i ministri di culto cattolico siano in maggioranza un’accozzaglia di pervertiti, liberi di delinquere ad ogni piè sospinto, e questo non credo sia il messaggio corretto da annunciare ai cittadini. Le attuali posizioni bibliche alla “Ponzio Pilato” (me ne lavo le mani) o alla “Caifa” (meglio sacrificare uno per salvare altri) ritengo non portino alla lunga nessun beneficio. Sarebbe importante che le Autorità Ecclesiastiche dessero conto, Diocesi per Diocesi, della situazione relativa alle inchieste giudiziarie e alle eventuali condanne di sacerdoti per ogni singola Diocesi. Con ciò emergerebbero con chiarezza sia i casi di responsabilità dimostrati per prove oggettive o per la confessione dei sacerdoti. Risulterebbero anche i casi in cui ai sacerdoti sono state mosse false accuse. Nei casi in cui mancassero assolutamente prove oggettive sarebbe opportuno pubblicare gli atti del processo, ivi comprese le difese degli accusati. Una grave ingiustizia, provocata dal clamore dei mass media, sta nel fatto che le prove a difesa non vengono mai fatte conoscere all’opinione pubblica. Da questa operazione, volta a fare chiarezza, emergerebbe anche il ristrettissimo numero di sacerdoti effettivamente colpevoli di atti di abuso, nonostante le false apparenze provocate dal clamore dei media.Infine, per quanto mi riguarda personalmente, se in Cassazione stabiliranno che devo pagare il conto per le colpe altrui, avrei almeno la misera soddisfazione di sapere chi “ringraziare”! Nella speranza che le mie parole non vengano fraintese, e ancor peggio strumentalizzate al fine di un inesistente attacco alla Chiesa Cattolica, vi abbraccio caramente” conclude don Lu.

Ecco il ricorso in Cassazione

Federico De Rossi
20 Marzo 2012 alle 10:23
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