
Borghetto Santo Spirito. Un vecchio lupo di mare, che per tanti anni ha solcato il Sud Atlantico, mi raccontava che, mentre risaliva il Rio Paranà da Buenos Aires a Rosario, a bordo della nave salì il “pilota” per condurla lungo le anse del grande fiume: era un greco, trapiantato da tempo a Buenos Aires, ma parlava molto bene il genovese, perché – vivendo nella “Boca” – aveva dovuto impararlo, tanti erano i liguri che vi abitavano. Questa era ed è l’Argentina!
Un crogiolo di emigranti, giunti in questo immenso paese da tante diverse contrade d’Europa alla ricerca d’opportunità di lavoro e prospettive di miglior vita per i figli. Spagnoli ed italiani in maggioranza, ma i francesi sono la terza comunità, a livello numerico: anche dai porti di Marsiglia, Bordeaux e Le Havre sono partiti in tanti su grandi navi bianche, assiepati sui ponti, già pieni di nostalgia per quanto si lasciavano “a poppa”, ma pieni di speranze per il futuro che li attendeva “a prua”. L’arrivo nel Rio de La Plata è stato per tanti ciò che ha rappresentato la Statua della Libertà per coloro che invece avevano scelto la rotta del Nord America: tante aspettative ed una nuova vita.
Anche gli avi di Gaston Leveau sono giunti nelle “pampas” dall’Europa, quelli del papà – come dice il cognome – dalla Francia, quelli della mamma da Lainate, vicino a Milano: ecco le origini di “Ruly”, come lo chiamano gli amici. Nasce a Tandil nel 1979, con la “pelota” nella culla ed inizia a giocare giovanissimo con l’Independiente ed il Ferrocarril Sud, prima di essere chiamato dal Napoli, dove diciassettenne si ferma sei mesi sotto l’ala protettrice di Roberto Fabian Ayala, capitano tra l’altro dell’Albiceleste.
La non ancora acquisita cittadinanza italiana gli impedisce il tesseramento e lo costringe al ritorno in Sud America, ma la città partenopea gli resta nel cuore: “E’ la più argentina d’Italia”, ci dice prima di raccontarci della sua successiva avventura in Messico, nel Pachuca, in Serie B. Quindi ancora in patria, nel club Once Unidos di Baires (dove, ancorché laureato in farmacia, lavora anche nel Teatro Opera come organizzatore di eventi, approfondendo, tra l’altro, la conoscenza della lingua inglese) e nell’Atletico Miramar di Mar del Plata.
Tre anni fa, rispondendo alla chiamata dell’amico Lucho Mendez (ora alla Veloce), spinto dal suo spirito di giramondo, ma anche dalla crisi economica del suo paese e grazie alla doppia cittadinanza nel frattempo ottenuta, arriva in Liguria per giocare prima nel Laigueglia e poi nel Calizzano.
I compagni del Borghetto ora lo chiamano “el tractor”, in omaggio all’intramontabile Javier Zanetti: “Ho avuto la grande fortuna di lavorare per la sua onlus, P.U.P.I. ‘por un piberio integrado’ (per un’infanzia integrata) ed il grande piacere di essere stato invitato, dalla bandiera della nostra nazionale, a giocare nella ‘Bombonera’ assieme alle star argentine Lavezzi, Cambiasso, Tevez, Aimar, Simeone, Denis, D’Alessandro, con Valeria Mazza a dare ‘el punta pie inicial’ (calcio d’inizio). Mi viene ancora la pelle d’oca, quando mi rivedo giocare nello stadio xeneise”.
Insomma un autentico mediano di quelli cantati da Ligabue ed anche un discreto ballerino di tango (che argentino sarebbe se non lo fosse?), Gaston ora aspetta l’estate per il nuovo “Mundialito Beach Soccer”, da lui già disputato due volte con i “companeros” Pablo Siracusa (con la cui famiglia s’è creato un forte legame affettivo), Roberto Hernandez, Juan Pablo Martin e Lucho Mendez: “Vedere la bandiera biancazzurra (ndr, ideata da Manuel Belgrano, uno dei padri dell’indipendenza, manco a farlo apposta di origini liguri) issata sul pennone, mentre suona l’inno ed essere lì, a rappresentare il proprio paese a tanti km di distanza, mi ha fatto venire le lacrime agli occhi”.
Vien voglia di scrivere: “Esto es el hombre Leveau”, che dice di se stesso: “Nei giorni di tristezza, quando pensi che tutto sia perduto, ‘tocar la pelota’ dà la forza di superare le avversità; il calcio è l’insieme di ricordi della vita e la gioia del momento che vivi”.
Claudio Nucci