
India. Chissà che un giorno – si spera non lontano – un plastico dell’hotel “Buddha” di Varanasi non compaia negli studi di “Porta a Porta”, magari con tanto di esperti a commentare il caso che vede coinvolti, e condannati all’ergastolo in India, due giovani italiani. E’ la speranza dei genitori dell’albeganese Tomaso Bruno e della torinese Elisabetta Boncompagni: se non un plastico “stile Cogne”, almeno che se ne parli.
L’appello è stato lanciato anche via Facebook dai 5739 sostenitori dei due giovani italiani, i quali stanno mandando mail alle più importanti redazioni gionalistiche a livello nazionale: non solo la trasmissione di Vespa, ma anche “Quarto Grado” che, l’altra sera, ha tenuto incollati allo schermo 3 milioni 932 mila telespettatori per la sentenza sull’omicidio di Meredith Kercher che ha visto l’assoluzione di altri due ragazzi, Amanda Knox e Raffaele Sollecito. “Tanta attenzione per un’americana e nessuna parola su due italiani rinchiusi in un carcere indiano da 20 mesi senza prove a loro carico?”, si chiedono gli amici di Tomaso e Elisabetta.
I 5739 si sono così organizzati “tempestando” di mail programmi come “Che tempo che fa” e il tg de “La 7”, oltre alle tante trasmissioni dove esperti, giuristi e criminologi, vivisezionano fatti di cronaca e i loro protagonisti.
Intanto, i genitori di Tomaso, in questi giorni a Varanasi, faranno ritorno domani in Italia, e mercoledì i giudici indiani decideranno sulla libertà su cauzione. “Non abbiamo grandi aspettative – chiarisce Marina Maurizio – ma questo ci permetterà comunque di accedere alla Corte Suprema indiana, ed ottenere che il processo di Appello presso l’Alta Corte di Allahabad inizi nei prossimi mesi”.
E’ dal 7 febbraio del 2010 che Tomaso ed Elisabetta sono rinchiusi nel carcere di Varanasi. Tre giorni prima, il loro amico e compagno di viaggio Francesco Montis, era stato trovato agonizzante nella camera dell’hotel “Buddha” che i tre condividevano nella periferia della città per poi morire dopo una disperata corsa in ospedale. Le indagini da parte del vicecommissario Sageer Ahmad scattano immediatamente e, a seguito di un’autopsia giudicata da molti frettolosa ma che, secondo l’accusa, avrebbe rivelato segni di colluttazione (sei lividi sul collo, per la precisione), i due ragazzi, lui albenganese e lei torinese, vengono arrestati con l’accusa di omicidio. Tra i tre, dicono gli inquirenti, c’era un torbido triangolo amoroso che Francesco, ad un certo punto, non avrebbe più sostenuto: di qui il presunto assassinio e il movente passionale. A nulla sono servite le prove e i testimoni portati dalla difesa nel corso del processo: lo scorso 23 luglio i due giovani sono stati condannati all’ergastolo tra lo sconcerto dei familiari e degli amici.