
India. Si è concluso venerdì scorso (15 luglio), con una breve replica del pm, il processo indiano a carico dell’albenganese Tomaso Bruno e la torinese Elisabetta Boncompagni, accusati di aver ucciso il proprio compagno di viaggio, Francesco Montis, nel corso di un soggiorno a Varanasi.
Adesso il giudice si è riservato qualche giorno per leggere un’ulteriore breve memoria dei legali della difesa e decidere il destino dei due ragazzi italiani. “La sentenza arriverà a breve: dal 23 luglio in poi ogni giorni sarà buono”, dice Euro Bruno, papà di Tomaso, che giovedì partirà alla volta dell’India insieme alla moglie.
“Non esiste una sola prova a carico di nostro figlio e di Elisabetta per cui siamo fiduciosi – dice Bruno – Comunque la tensione si fa sentire: c’è in ballo la vita dei nostri cari. I nostri avvocati hanno presentato davanti al giudice 50 sentenze di casi simili dove non esiste un movente, né una prova o un testimone a carico degli imputati che, ovviamente, sono stati assolti. Il pm, a sua volta, mosso da un accanimento inspiegabile e, secondo noi, anche da ben poca professionalità, ha portato a sostegno della sua fantasiosa tesi 14 sentenze in cui gli accusati sono stati condannati: peccato che si trattasse di casi ben diversi, dove c’erano tanto di testimoni e di prove”.
“E’ difficile stare tranquilli, ma ci auguriamo di essere alla fine di un incubo assurdo”, conclude il papà del ragazzo ingauno. Secondo l’accusa, Tomaso ed Elisabetta, da 17 mesi in carcere, avrebbero ucciso Francesco per motivi passionali e per uno strano triangolo amoroso che il ragazzo sardo non avrebbe sostenuto più. Per la difesa, invece, Francesco è morto per cause naturali poiché soffriva da tempo di gravi crisi respiratorie. Tesi sostenuta anche dagli stessi genitori della vittima.