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L’eccidio degli Alpini della Monterosa a Colle Tortagna, Calizzano

Redazione
9 Giugno 2011 alle 14:54
9 Giugno 2011
L’eccidio degli Alpini della Monterosa a Colle Tortagna, Calizzano
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Usciti dalla galleria, del cosiddetto forte centrale, del Colle del Melogno che immette ad una spianata occupata da un ottimo ristorante, imbocchiamo la vecchia stradina militare sterrata la quale, dopo alcune curve attraverso un bosco ceduo, porta ad un bivio, dopo aver svoltato a sinistra, entriamo in una maestosa foresta, ad una altezza s.l.m. di circa 1090 metri. Percorriamo un tratturo fangoso e arriviamo ad uno spiazzo dove pare che il tempo si sia fermato. Qui con un cippo, una statua del Cristo ed una targa di ottone si vuole ricordare con cristiana pietà  una delle tante atrocità commesse nel corso della Guerra Civile, uno dei tanti episodi in cui Italiani che si consideravano “buoni”, scannavano senza pietà altri Italiani che loro consideravano “cattivi”, ecco i fatti.

A fine novembre del 44, due plotoni di alpini della Divisione Monterosa della Repubblica Sociale Italiana, appartenenti alla 67° compagnia del Battaglione Cadore provenienti da Garessio e dall’alta Valle Tanaro, entrano in contatto, sulla strada montana  oltre Bardineto, con preponderanti formazioni partigiane, la 5° brigata Partigiana Garibaldina composta da ben tre distaccamenti.

I combattimenti  sono violentissimi e l’impegno è estremo da parte di entrambi i contendenti, uno dei due plotoni Repubblicani riesce a sganciarsi e ritorna al proprio reparto accasermato a Ceva, mentre l’altro circondato, continua a combattere nella speranza  di ricevere rinforzi che tuttavia non possono raggiungere, nell’immediato, la zona.

Il plotone di artiglieria alpina, perde nello scontro, l’ufficiale comandante, il sottenente Armando Merati, decorato con medaglia d’argento al V.M. alla memoria, che viene sostituito durante i combattimenti, da un sottotenente medico, Mario Da Re, il quale con altrettanta capacità, guida il reparto nella difesa della posizione, che dura per otto lunghissime ore infliggendo alla brigata partigiana forti predite, negli scontri anche l’alpino semplice Primo Durante rimane ferito gravemente  sempre con le armi in pugno e morirà verso la fine di novembre.

Al termine dello scontro violentissimo, gli alpini superstiti, diciassette, verranno disarmati e dichiarati prigionieri di guerra, ma è essere “prigionieri” di reparti partigiani è solo un eufemismo che significa vita brevissima. In seguito saranno portati al forte Tortagna, una fortificazione posta sulla sommità del colle e rinchiusi in una cantina, nel livello più basso della rocca. La loro vita sta per finire in modo tragico.

Dopo essere stati rinchiusi all’interno di un sotterraneo del forte Tortagna, gli artiglieri alpini verranno passati per le armi in spregio a qualsiasi convenzione militare e soprattutto umana. Un giovanissimo militare, poco più che diciassettenne, sopravisse alla strage e ebbe la possibilità di relazionare al proprio comando cosa accadde all’alba del 27, il ragazzo si chiamava Albareti e potrà scampare alla morte grazie alla richiesta del suo comandante, il sottotenente Mario Del Re, che inviterà alla clemenza per il giovanissimo alpino, vista la sua età. Ecco il racconto del sopravissuto, corredato dalle dichiarazioni spontanee di alcuni appartenenti alla formazione partigiana.

I prigionieri, dopo la loro cattura, vennero da subito privati delle armi e poi dell’abbigliamento personale, giacche, calzoni, maglioni e calzature. Dopo la spoliazione delle divise, i poveretti trascorsero la gelida notte in condizioni proibitive all’interno di una umida segreta del forte Tortagna, a quota 1030, in un mese freddo, novembre, e soprattutto in una località nota per le temperature decisamente rigide soprattutto se affrontate senza abbigliamento.

Viene dato per imminente un contrattacco dei militari della R.S.I., avvisati dal plotone sfuggito all’accerchiamento, per liberare i loro camerati, a questo punto i partigiani decisero di eliminare i prigionieri per evitare che venissero liberati dai rinforzi Repubblicani in arrivo.

All’alba del 27 novembre, iniziarono i “prelevamenti” dei prigionieri, per portarli dal forte sino davanti al plotone di esecuzione che li aspettava in uno slargo in mezzo alla foresta.

Quando il comandante Del Re, comprese la sorte che attendeva i suoi soldati, li incitò ad avere coraggio e li invitò a cantare le più note canzoni degli alpini, corpo a cui essi appartenevano. Nella foresta alle pendici del colle Tortagna, in quella livida mattina, due suoni contrastavano e stridevano tra loro: uno era dolce e malinconico, prodotto dalle voci degli alpini che con coraggio, intonavano le loro caratteristiche e struggenti melodie della montagna e l’altro intermittente e assordante era il suono delle armi da fuoco con cui i boia partigiani fucilavano i loro inermi prigionieri. 

Ecco i nomi degli alpini, uccisi senza un minimo di pietà e di giustizia: Alzate Mario, Calcinoti Giovanni, Canzian Giovanni, Tormena Silvio Rorato Luigi, Fiorin Lino, Ulliana Saverio, De Bastian Fermo, De Biasi Gino, Garbuio Marcello, Pietrobon Pietro, Ragazzon Vittorio, Sattin Mario, Scola Alfredo, Vendramin Gino, Viviani Valter, sotto la lastra di metallo che riporta  i nomi una frase molto commovente: “anche per noi sola legge fu il dovere”. L’ultimo a cadere fu il sottotenente medico Mario Del Re che ebbe un comportamento onorevole sino all’ultimo istante della sua vita, cadde gridando in faccia ai suoi aguzzini “Viva l’Italia”, in seguito, verrà decorato dal Governo della Repubblica Sociale Italiana di Medaglia d’oro al Valor Militare.

I corpi dei militari, saranno esumati e ricomposti solo dopo quattordici anni dopo, nel 1958 presso il Cimitero di Vittorio Veneto, frazione Ceneda.

Il semplice monumento, fatto dalle mani di alcuni reduci e che commemora la strage, è immerso nella foresta dove avvenne l’eccidio, un blocco irregolare di pietre cementare fra di loro, a forma di parallelepipedo, su di esso sfalsate si ergono tre semplici croci fatte con dei tondini di acciaio, sul davanti del blocco è stata affissa una targa di ottone lucido con incisi i nomi dei caduti, elecati per ordine di grado, accanto ai nomi, il luogo e l?anno di nascita.

I luoghi di nascita dei militari sono tutti del Nord Est, Vittorio Veneto, Belluno, Conegliano, Cornuda, Montebelluna, Telgate, Cavarzere, Falcade. Questi giovani alpini vennero a combattere e a perdere la vita in luoghi lontanissimi dai loro paesi natali.

Dietro al blocco una lapide triangolare di pietra bianca con una breve frase: “a ricordo dei 17 alpini del battaglione Cadore, caduti il 27 novembre 1944”, sormontata da una stella. Su di essa una statua del Cristo che mostra il suo cuore ferito e sanguinante. Dietro a semicerchio due archi di macigni squadrati e davanti al cippo una piccola circonferenza di sassi, tutto attorno una foresta secolare di centinaia di alberi come sentinelle mute e silenziose a guardia della sacralià del sito.

Forte Tortagna, dove gli alpini furono imprigionati situato a pochi minuti dal luogo della strage e del sotterramento, ha cambiato inquilini, infatti pare che sia diventato residenza privata di una persona che lo sta ristrutturando.

Quindi la segreta dove i poveri militari della Monterosa trascorsero la loro ultima gelida notte non è visitabile anzi addiruttura il forte è invisibile alla vista, ovunque recinzioni corredate da cartelli di “proprietà privata, attenti al cane, vietato l’accesso” che proibiscono tassativamente e ripetutamente l’ingresso ai “non addetti ai lavori”, e un nuovo cancello di acciaio verniciato di nero, alto ben sei metri impedisce di proseguire la strada sino alla fortificazione, oramai parrebbe divenuta esclusiva residenza di vip.

La strada di accesso a forte Tortagna è percorsa da suv con i vetri oscurati, la stessa strada polverosa che i poveri alpini  percorsero in un senso per andare a combattere e successivamente per andare incontro alla morte, così è la vita.

Roberto Nicolick

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