Si fa sempre più insistente il “discorso” sul Santa Corona: la sua riduzione, la sua trasformazione, il suo accorpamento il trasferimento di alcuni reparti se non addirittura la sua chiusura. Così voci sempre più preoccupanti, a voce anche incontrollate, si alternano a smentite, nuove proposte, reiterate promesse di innovazione ed ampliamento. Solo oggi ci si rende conto quanto fosse giusta la battaglia di allora a difesa dell’azienda, una battaglia purtroppo non condivisa da tutti, quanto fosse sbagliato per contro il chiamarsi fuori da una difesa ad oltranza che oggi pare coinvolgere tutti.
E’ un fatto ormai incontrovertibile: la “deaziendalizzazione” del Santa Corona ha di fatto enormemente indebolito la posizione del nostro ospedale.Ma questa è storia, come tale fa parte del passato. Oggi si parla di necessaria ristrutturazione radicale del Santa Corona. Si sente dire, non è una novità, che si deve trasformare l’attuale ospedale a “padiglioni” in un più moderno e funzionale ospedale a “monoblocco” e questa si vuole far passare come la panacea per tutti i mali.
Non siamo d’accordo al cento per cento, ma siamo disposti ad ammetterlo a condizione però che il futuro monoblocco, quanto meno, corrisponda alla sommatoria dei posti letto, delle professionalità mediche e paramediche, gestionali e dirigenziali oggi presenti nonché sia la riproposizione, in una veste più moderna ed efficiente, delle specialità e specificità di cura oggi esistenti. Inoltre, il nuovo ospedale dovrà rappresentare l’occasione per completare e implementare il numero dei primari di eccellenza.
In buona sostanza, condizione irrinunciabile alla trasformazione radicale del nostro Ospedale sarà quella di operare, in scienza e coscienza, in modo tale che ogni singolo euro ricavato dall’eventuale alienazione delle vecchie strutture che fossero dismesse venga reinvestito nel nuovo Santa Corona. In altre parole, non intendiamo neppure minimamente assecondare l’ipotesi che la ristrutturazione del Santa Corona, a monoblocco o a padiglioni che sia, diventi l’occasione per una nuova speculazione immobiliare.
Edoardo Ciribì