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Cronaca

Caporalato nel Savonese: “Basta un secchio e una cazzuola per scegliere chi sfruttare”

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Caporalato nel Savonese: “Basta un secchio e una cazzuola per scegliere chi sfruttare”
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Savona. E’ associato al Sud Italia, ai cantieri, al lavoro stagionale e alle organizzazioni malavitose meridionali, ma è presente in modo subdolo e sottile, ai margini della legalità, anche il provincia di Savona. E’ il fenomeno del caporalato, lo sfruttamento della manodopera diffuso soprattutto in edilizia e agricoltura, contro il quale la Cgil ha lanciato una specifica campagna perché sia reso un reato perseguibile penalmente.

Nel comparto edile, il più delle volte si nasconde dietro alle imprese artigiane uninominali, spesso aperte (senza lacci burocratici) da cittadini dell’Est Europa ormai stanziali nel Ponente ligure. “Si tratta di imprese non sottoposte a particolari controlli e parametri normativi che molte volte nascondo l’azione di un caporale, abituato a discriminare e scegliere gli operai che si vuole portare dietro, senza sottostare ad alcuna regola” spiega Andrea Luvarà, segretario provinciale della Fillea Cgil di Savona.

“Basta avere un secchio e una cazzuola e basta iscriversi alla Camera di Commercio per aprire una ditta uninominale nel settore edile – prosegue Luvarà – Questo tipo di artigiani spesso operano ai margini del legale, diventando accentratori e dominatori degli operai che stanno intorno, sfruttandone il lavoro ed il bisogno. Accade sovente tra i muratori albanesi o comunque nelle comunità straniere che hanno una componente importante importante in Riviera ligure. Il problema è che ne deriva, collegata al lavoro nero, una forma scaltra di caporalato”.

“Ci sono perfino imprese artigiane uninominali che operano specificatamente nell’installazione dei ponteggi – aggiunge – Ora, non è pensabile che una singola persona monti i ponteggi di un intero cantiere. E’ evidente che dietro si cela lo sfruttamento della manovalanza, solitamente straniera. Anche l’ispettorato del lavoro si sta muovendo per far luce su queste circostanze e stanno emergendo indicazioni specifiche, come i patentini sulla sicurezza. Ma alla fine della fiera gli artigiani uninominali non sono soggetti a controlli. Non è tollerabile che sia sufficiente un’iscrizione all’ente camerale e qualche attrezzo per poi sfruttare il lavoro”.

Il caporalato in sé viene punito con una sanzione pecuniaria piuttosto bassa. Da qui la richiesta della Cgil di inserirlo nel codice penale e quindi “di perseguire penalmente chi sottopone i lavoratori allo sfruttamento e alla riduzione in schiavitù”. “E’ un danno anche per quelle imprese che operano alla luce del sole – conclude Andrea Luvarà – Le ditte che sostengono il costo del lavoro e che pagano per la formazione, per esempio il corso obbligatorio di 16 ore per ogni operaio che per la prima volta va in un cantiere, si trovano penalizzate rispetto ai liberi artigiani che hanno una ragione sociale uninominale e che non sono sottoposti a obblighi”.

Nella piana di Albenga, il fenomeno del caporalato è ovviamente connesso all’impiego di lavoratori stranieri nordafricani. “E’ difficile individuare casi di caporalato nell’agricoltura ingauna, soprattutto per la mobilità continua dei migranti e per il silenzio cui sottostanno – commenta Andrea Mandraccia, segretario della Flai Cgil – Ma vicende di questo tipo esistono nelle pieghe del lavoro nero. Attraverso l’Osservatorio Provinciale dell’Agricoltura monitoriamo le singole realtà di questo tessuto imprenditoriale molto frammentato e riscontriamo talvolta anche situazioni gravi”.

“Il caporalato secco come inteso al Sud non è un fenomeno tradizionale nella piana di Albenga – spiega Mandraccia – Nell’Albenganese, infatti, c’è una marea di piccolissime aziende familiari che assumono un solo lavoratore per la raccolta o il confezionamento dei prodotti. Gli imprenditori attingono dalla manodopera nordafricana, mentre l’ambizione di questi lavoratori è quella di maturare i requisiti per la disoccupazione”. “E’ un dato di fatto – conclude Mandraccia – che nelle situazioni nelle quali vengono impiegati più lavoratori, il silenzio che mantegono gli stessi per tutta la durata del loro impegno crea una cortina di silenzio sui casi di sfruttamento della manodopera”.

Redazione
27 Gennaio 2011 alle 12:34
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