
Savona. Si è tenuto questa mattina a Savona nella Sala della Sibilla, sulla Fortezza del Priamar, il convegno “Vero e falso: i problemi della contraffazione”. Lorenzo Bazzana, capo dell’area economica della Confederazione Nazionale Coldiretti, ha affrontato il fenomeno dell’agro-pirateria.
“L’agropirateria – ha dichiarato -, ovvero la contraffazione dei prodotti agro-alimentari italiani nel mondo, vale oltre 60 miliardi di euro e manifesta un trend in continua crescita che schiaccia i poco più di 19 miliardi di euro di esportazioni italiane. Anche in casa nostra le cose non funzionano bene se, ancora troppo spesso, si trovano prodotti la cui provenienza viene manomessa: arance spagnole naturalizzate siciliane, maiale olandese spacciato per porceddu sardo, olio tunisino travestito da taggiasco, concentrato di pomodoro cinese venduto come pummarola e via discorrendo. La strada per la trasparenza del mercato e la consapevolezza degli acquisti è ancora lunga, ma la Coldiretti la persegue con decisione e costanza, convinta che sia la strada vincente per la nostra economia e per i consumatori di tutto il mondo”.
“L’immagine dell’Italia e dei prodotti italiani nel mondo è vincente – ha spiegato -, ma è troppo frequentemente utilizzata da industrie, commercianti, ristoratori, che nulla hanno a che vedere con il nostro paese. Il fenomeno dell’ agro pirateria si manifesta con la contraffazione agroalimentare utilizzando prodotti delle più diverse provenienze che vengono spacciati per italiani utilizzando nomi (parmesan, toscana, daniele, cambozola, pecorino, romolo, etc.), termini (tipico, tradizionale, eccetera), segni (il tricolore, la lupa, il colosseo, eccetera) che richiamano il Bel Paese. Tutto questo non solo rovina la nostra immagine, stante la scarsa qualità dei falsi, ma sottrae spazio di mercato ai veri prodotti italiani, per un valore complessivo stimato oggi in 60 miliardi di euro, ma che, nel giro di pochi anni, continuando il trend attualmente in corso, potrebbe superare l’intero fatturato dell’industria agroalimentare italiana, ovvero oltre 120 miliardi di euro”.
“Pensiamo cosa vorrebbe dire per la nostra economia recuperare anche solo una parte di questo mercato – ha proseguito -. Il problema della contraffazione o, se si preferisce, del vero e del falso, tende, paradossalmente, grazie alla crisi economica, a crescere anche nel nostro paese. I consumi agroalimentari in Italia sono in flessione, calano i quantitativi venduti e crescono i prodotti di scarsa qualità e di basso prezzo che arrivano dalle più svariate parti del mondo, subiscono una minima lavorazione, quando la subiscono, per poi essere immessi nella distribuzione, nel catering, nella ristorazione, permettendo ai soggetti coinvolti di poter aumentare i loro margini di guadagno, alla faccia degli operatori corretti e dei consumatori inconsapevoli. Questo nonostante il prezzo di un prodotto finito, ad esempio una passata di pomodoro, dipenda in modo marginale dal prezzo del pomodoro”.
“Basti pensare che il pomodoro (il prodotto che realmente serve al consumatore) incide solo per il 9% sul prezzo finale al consumo – ha sottolineato -; il contenitore di vetro, la capsula e l’etichetta (il packaging allettante e reclamizzato che fa vendere il prodotto) contano per il 19%; mentre il 72% del prezzo pagato dal consumatore pareggia i costi di trasformazione, distribuzione, logistica, pubblicità, eccetera. Purtroppo troppo spesso il legislatore comunitario permette l’utilizzo di etichette ingannevoli che non portano a conoscenza compiuta del consumatore né le caratteristiche di ciò che acquista né l’origine dei prodotti. Non solo, spesso le legittime azioni italiane per una giusta trasparenza sono ostacolate in sede comunitaria sulla base di discutibili interpretazioni del principio di libera circolazione delle merci”.
“E’ per questi motivi che bisogna insistere, sia a livello comunitario che a livello globale, perché ci sia un sistema di tutela della proprietà intellettuale rappresentata dai prodotti legati al territorio ed un sistema di etichettatura trasparente. Dare informazioni e consapevolezza al consumatore, questa è la strada che deve trovare uniti tutti i soggetti che credono in un modo corretto di fare impresa, perché le scelte siano consapevoli e chi acquista un prodotto, sia esso tipico, tradizionale o biologico, da lotta integrata, di stagione o contro stagione, italiano o comunitario o extracomunitario, lo faccia perché frutto di una scelta e non perché risultato di un inganno. Coldiretti – ha concluso – crede in un mondo di persone che possano scegliere consapevolmente, in base alla loro etica ed al loro portafogli, cosa acquistare, non in un mondo di burattini condizionati da false immagini o da pubblicità ingannevoli”.