
E’ il 23 giugno 2003 quando Marco M., di Andora, viene accusato di aver stuprato una ragazza, allora diciassettenne, in vacanza ad Alassio. Da quel momento, per lui, si aprono le porte delle aule giudiziarie che il ragazzo, oggi 35enne, ha potuto chiudere dietro di sè solo da pochi mesi, grazie alla sentenza della 2^ sezione penale della Corte di Appello di Genova (pronunciata ad aprile e depositata nel suo testo integrale il 9 luglio 2010) che parla di una completa assoluzione “perchè il fatto non sussiste”.
Quello di Marco, additato per 7 anni come un possibile stupratore, è un calvario che attraversa addirittura quattro gradi di giudizio e che i suoi legali, Giovanni Maglione e Nazzareno Siccardi, vogliono denunciare. Troppi i titoli sensazionalistici che trovarono spazio allora sui giornali, e nemmeno una riga su una decisione che riabilita in tutto e per tutto un ragazzo che ha portato per troppo tempo sulle spalle un’accusa infamante.
Marco aveva da subito ammesso di aver avuto un rapporto sessuale con la diciassettenne che, però, descriveva come pienamente consenziente e il 6 febbraio 2007 viene assolto “perchè il fatto non costituisce reato”. Sembrava la fine di un incubo, invece, raccontano i legali “ci sono voluti ben quattro gradi di giudizio per potersi lasciare alle spalle questa brutta vicenda. Un’assurdità”.
“Dopo quella sentenza – raccontano gli avvocati – la pervicacia del pm ha fatto approdare il processo, ancora una volta, in Corte d’Appello. I fatti sono questi: già nel 2004, in sede di udienza preliminare, il giovane fu prosciolto con una sentenza di non luogo a procedere con la formula ‘perché il fatto non sussiste’, ma l’ostinazione del pubblico ministero fece sì che la vicenda non avesse termine in quel momento, posto che, a seguito dell’appello proposto dal sostituto procuratore Dr. Alessandro Bogliolo, la Corte di Appello di Genova, sezione promiscua, aveva ritenuto di accogliere l’impugnazione ed emettere decreto che disponeva il giudizio dinnanzi al Tribunale di Savona. Il Tribunale collegiale di Savona, a seguito di una lunga istruzione dibattimentale, ebbe a pronunciare, con sentenza depositata il 6 marzo 2007, l’assoluzione di Marco M. con la formula ‘perché il fatto non costituisce reato’ e con ‘motivazione dubitativa’, sul presupposto della mancanza di prova certa sulla percezione del dissenso della ragazza da parte dell’imputato stesso. Non convinto, invece, dell’innocenza dell’imputato, nonostante le prove emerse durante il processo ed evidenziate dai difensori, il pubblico ministero decideva di appellare la sentenza, prolungando il calvario del giovane. Ebbene, dopo sette anni di processi, la 2^ sezione penale della Corte di Appello di Genova ha confermato la piena innocenza del nostro assistito con una straordinaria e coraggiosa sentenza”.
“Fortunatamente – proseguono i legali – la Corte di Appello di Genova ha saputo rendere vera giustizia al giovane, non soltanto respingendo l’appello del pubblico ministero e confermando la pronuncia assolutoria di primo grado, ma approfittando dell’occasione per modificare, come richiesto dalla difesa di Marco M., la formula assolutaria da ‘perché il fatto non costituisce reato’ a ‘perché il fatto non sussiste’ e ciò mediante valutazione di piena attendibilità delle autodifese del giovane Marco M., dichiaratosi fin dal principio del tutto innocente, in ordine alla effettiva verità dei fatti ovvero che tra i due giovani si era consumato un normale rapporto sessuale pienamente consenziente. A noi preme ricordare inoltre la necessità di un’informazione piena ed indipendente, che dia spazio non solo e non tanto alle notizie scoop dell’ultim’ora (come l’arresto di un giovane per presunta violenza sessuale nel 2003), ma anche a quelle che seguono la notizia da prima pagina a distanza di anni (ne sono passati ben sette in questo caso), soprattutto quando possano concorrere a riabilitare l’immagine di una persona che è stata ingiustamente accusata di un orrendo delitto”.