
Liguria. L’enogastronomia, le produzioni artigianali, le varietà vegetali e animali a rischio di scomparsa, il consumo consapevole, un turismo attento a promuovere una agricoltura pulita. Queste le linee guida di “MareTerra di Liguria”, programma pluriennale promosso e realizzato dalla Fondazione Carige, che ha impegnato per quest’anno 400mila euro, con la collaborazione di Slow Food e le istituzioni liguri. Previsto un sistema integrato tra Regione, Province, Camere di Commercio, diversi Comuni ed Unioncamere Liguria. Prima azione concreta tre nuovi presidi alimentari: l’albicocca di Valleggia, ricercata varietà della fascia che va dal Finalese al Varazzino; la mucca Cabannina, razza originaria dell’Appennino ligure presente ormai quasi esclusivamente nella provincia di Genova, nella frazione di Cabanne e nei Comuni di Borzonasca e Rezzoaglio; il gallo nero della Val di Vara (La Spezia), specie che si contraddistingue per l’imponenza e la prelibatezza delle carni.
Le aziende produttrici coinvolte in questa specifica attività saranno inizialmente sei. Il progetto prevede lo sviluppo della rete regionale di Mercati di Terra, come quello già operativo a Cairo Montenotte. Altro filone è la valorizzazione di un rapporto diretto tra produttore e ristoratore a sostegno delle tradizioni alimentari liguri. Tra i programmi di educazione alimentare “Orti in Condotta”, attività pratica di coltivazione, studio e trasformazione dei prodotti in cucina con la partecipazione di studenti, insegnanti e genitori, oltre all’attivazione di quattro stage di tipo tematico e territoriale che coinvolgeranno 150 studenti del corso di laurea in Scienze gastronomiche. La prima uscita di “MareTerra di Liguria” sarà ad Imperia, il 18 e 19 settembre, a cui seguirà la presentazione ufficiale al Salone del Gusto di Torino (21-25 ottobre).
“La nostra regione – ha spiegato Burlando – rischia di essere colonizzata dai grandi gruppi che hanno la testa altrove e qui si avvalgono solo di personale operativo, sottopagato e magari anche precario. La soluzione potrebbe essere quella di tornare all’antico, come già avviene ad esempio in alcune località più piccole. Ci potrebbe essere la partecipazione del mondo del volontariato e si potrebbe fare anche una operazione di tipo culturale spaziando nell’equosolidale”. “La difficoltà maggiore dei nostri piccoli produttori – ha concluso – sta soprattutto nel trovare un mercato per la loro merce. Attraverso un nuovo sistema di mense si potrebbero consumare e valorizzare i prodotti della nostra terra, offrire a bambini o degenti pasti di qualità a prezzi competitivi e creare in questo modo sviluppo e lavoro”.