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Lettere

La crisi colpisce anche gli Informatori Scientifici del Farmaco

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Il sapere non conosce limite, così come l’ignoranza, e sino ad oggi il termine ammaliatore che uno dei lettori di un quotidiano attribuisce alla figura dell’Isf mi era ignoto e tutt’al più lo associavo alle Sirene di Ulisse. Certo che in quasi 35 anni di professione avevo collezionato dai pazienti, o meglio da un certo tipo di pazienti, la dicitura di rappresentante, piazzista, venditore, viaggiatore, commesso, dimostratore, e se qualcuno dei pazienti mi diceva “dottore, lei è un informatore scientifico?” potevo star certo che si trattava di un parente o di un amico di qualche mio collega.

Io e tanti altri abbiamo sempre rispettato il malato che era accanto a noi nello studio medico, perchè il rapporto comunicazionale con il medico, con l’infermiere, con il paziente era dato dalla nostra faccia, dalla nostra educazione, dalla nostra professionalità che ci qualificava oppure no. La legge prevede il nostro lavoro come dipendenti delle industrie farmaceutiche, con delle prerogative per accedervi (laurea o disposizioni al merito), con un codice deontologico formulato da Farmindustria, ma con una funzione sociale di informazione e di monitoraggio (anche negativo-segnalazione eventi avversi) sui farmaci utile al Medico e al Paziente. E anche fra noi ISF ci sono coloro che, collusi con medici, farmacisti e pubblici amministratori si comportano in modo disonesto e penalmente perseguibile, configurando il reato di comparaggio o di truffa ai danni del S.S.N., essi non sono che le “mele marce”, come dice il nostro Premier di una categoria che conta migliaia di lavoratori (non si sa fino a quando) e che va in cronaca soltanto in occasione degli scandali.

Noi ISF onesti, e siamo tanti, abbiamo dovuto combattere per anni con una opinione pubblica che imputava a noi le azioni delle aziende farmaceutiche dalle quali eravamo dipendenti anche quando non eravamo coinvolti, un po’ come imputare ai lavoratori Fiat le scelte aziendali. Abbiamo dovuto faticare per dimostrare con la nostra etica professionale che noi eravamo dipendenti (così come recita la legge) della Direzione Medica e non della direzione commerciale ed abbiamo dovuto dimostrare alle aziende dalle quali eravamo dipendenti che il ritorno commerciale per esse si poteva ottenere anche con una informazione corretta, apprezzata dal medico e utile al paziente. Abbiamo chiesto per anni attraverso le associazioni di categoria l’istituzione di un Albo degli ISF, non un Ordine professionale in quanto molti colleghi Farmacisti, Biologi etc, erano già iscritti ai loro Ordini professionali, ma inutilmente. Oggi siamo additati come una categoria di disonesti affabulatori nella quale io e tanti altri non ci identifichiamo.

Un noto uomo politico,in occasione della diatriba sulla RU486, ha definito il Direttore dell’AIFA (del Ministero della Salute) quale “un piazzista di farmaci”. Al T.G. si è parlato dell’Aifa che quindi il pubblico avrà recepito come una nuova azienda farmaceutica. Forse il pubblico non sa che, a prescindere dal decretare l’immissione in commercio dei farmaci, il Direttore dell’Aifa ed i suoi collaboratori vigilano sulla nostra salute, anche per esempio decidendo il ritiro dal commercio di farmaci come molti “generici” nei quali non ha riscontrato attività terapeutica (come è avvenuto ultimamente) ma nei quali il paziente, spinto dal costo e dal Ministero della Salute, crede ciecamente. Quale paziente ha una informazione corretta e facilmente comprensibile sul concetto di biodisponibilità dei farmaci “generici”? E quanti pazienti hanno dovuto testare su loro stessi l’inutilità terapeutica di un “generico” somministrato dal medico e spesso sostituito dal farmacista?

Ho lavorato per anni nel campo della ginecologia come ISF-Specialist, in tempi nei quali la contraccezione (non quella del giorno dopo) era avversata per motivi religiosi, o per falsi miti negativi, l’informazione contraccettiva e quella sulle malattie a trasmissibilità sessuale era agli albori nei consultori e tabù nella scuola e l’aborto (non si chiamava ancora i.v.g.) era non ultima ratio ma usato come metodo contraccettivo. Ancor oggi la disinformazione contraccettiva non chiarisce alle donne che la “pillola del giorno dopo” è un aborto chimico a differenza della “pillola” che previene il concepimento. Ed ancor oggi si parla di aborto, chirurgico o chimico, favorevoli e contrari, piuttosto che di una sessualità responsabile sul piano pratico ed affettivo e di una contraccezione consapevole e sicura.

Se il Ministero della salute facesse una campagna capillare come ha fatto per favorire l’uso dei farmaci “generici” improntata su una sessualità non svilita e su una contraccezione non “fai da te” forse sarebbe un gran bene per le donne, gli uomini e le Famiglie italiane. Prevenire non è forse meglio che curare? Per questo, e non solo per guadagnarmi lo stipendio, uscivo di casa al mattino, perchè “quando un bimbo è voluto si è felici in tre” e se nel mio piccolo ho evitato anche un solo aborto, ne sono felice.

Coloro che ci giudicano così male siano felici perchè entro il 2010 oltre 12000 ISF, per lo più con una laurea inutile, perderanno il posto di lavoro, vittime di aziende che hanno sfruttato gli ammortizzatori sociali o che li hanno parcheggiati in altre aziende, scatole vuote destinate a licenziare. Dodicimila ISF significa 12000 famiglie delle quali nessuno si cura, perchè non abbiamo gru su cui salire in giacca e cravatta (la nostra tuta), nè autostrade o binari da bloccare, siamo sparpagliati in tutta Italia e non andiamo in cronaca, non facciamo notizia, ce ne andiamo, o meglio ci cacciano, in silenzio, in punta di piedi.

Giuseppe Pavone

Red.
8 Aprile 2010 alle 9:28
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