Pochi ne parlano, quasi nessuno se ne accorge…ma, mentre tutta l’Italia è impegnata nel maxiscontro politico per le elezioni regionali, si sta compiendo l’ultimo atto per regalare definitivamente la nostra acqua alle società private. Infatti da alcuni mesi è sulla bocca di tutti la legge sulla privatizzazione dell’acqua, ma in realtà tale legge è solamente l’ultimo passaggio di un furto legale cominciato diversi anni fa con la legge Ronchi.
Circa cinque anni fa vennero istituiti i primi ATO (Ambito Territoriale Ottimale) con lo scopo di raccogliere a livello provinciale alcuni servizi essenziali svolti dai comuni, tra cui appunto la gestione e la proprietà degli acquedotti. Si tratta di aziende a partecipazione pubblica istituite per legge e pagate obbligatoriamente per anni, senza entrare effettivamente in funzione, dai vari comuni in percentuali differenti.
Andiamo così a parlare del caso specifico della Provincia di Savona, quella in cui abito. Le percentuali secondo le quali ogni comune deve contribuire sono calcolate in base al numero di abitanti. Non si tiene però conto del fatto che i piccoli paesini dell’entroterra, quali Mioglia o Pontinvrea, durante il periodo estivo non variano in modo significativo il numero di residenti, mentre paesi turistici come Albisola lo aumentano in modo esponenziale durante la stagione balneare. Quindi alla fine i paesi piccoli, che oltretutto hanno già difficoltà a far quadrare i bilanci, si trovano a pagare di più (in proporzione) rispetto alle città della riviera.
Pochi mesi fa i consigli comunali, almeno quelli savonesi, sono stati chiamati a decidere se cedere all’ATO tutti i loro acquedotti e, soprattutto, le loro sorgenti. Ciò significa regalare, anzi pagare per regalare, tutte le risorse idriche del territorio ad una società che potrebbe in qualunque momento, per un capriccio dei nostri amati parlamentari, essere privatizzata. Siamo di fronte alla situazione paradossale che un giorno un privato possa vendere l’acqua del nostro territorio, bene essenziale per la nostra sopravvivenza, al prezzo che preferisce, secondo le logiche di mercato. Intanto noi utenti non avremmo alternative: l’acqua che sgorga dal nostro rubinetto sarebbe sua, come pure tutte le sorgenti del nostro territorio, quindi saremmo costretti a sottostare alle sue regole e ai suoi prezzi per usare la nostra acqua. Esattamente come è successo all’estero, dove l’acqua costa almeno 5 volte in più rispetto alla nostra e dove l’acquedotto di Londra è gestito da una società di Sidney!
Da qui si capisce e si condivide la decisione di diversi consigli comunali in tutta Italia, tra cui Mioglia, Pontinvrea, Giusvalla e Sassello per rimanere nell’ambito della nostra provincia, di opporsi a tale appropriazione indebita. Sarebbe tutto a posto grazie a questa saggia decisione se non fosse per un “piccolo” particolare: per legge se il consiglio comunale si oppone alla cessione della propria rete idrica all’ATO, ad esso si sostituisce un commissario che firma l’adesione. Ovvero: o aderisci tu o ti faccio aderire io per legge. Alla faccia della democrazia!
Così è successo in tutti i comuni che si sono opposti e così è avvenuto anche da noi. I miogliesi, come tutti il resto degli italiani, senza neanche accorgersene non sono più proprietari della loro acqua. Inoltre, come perfetto finale di un piano ben congegnato, proprio in questi giorni si sta decidendo l’abolizione degli ATO, lasciando alle regioni la decisione di come sfruttare le risorse che i comuni hanno ceduto agli Ambiti Territoriali. In questo modo i consigli regionali possono dare le nostre risorse idriche in mano ai privati con una semplice leggina.
Contro l’esproprio dell’acqua è stato intentato un ricorso al TAR da parte dei comuni di Sassello e Pontinvrea, oltre che da altri in tutta Italia, per tentare di riavere indietro le proprie risorse idriche. C’è da sperare che vada a buon fine, ma di una cosa si può essere certi: quando c’è da guadagnare soldi sulle spalle dei cittadini i nostri politici sono sempre d’accordo.
Roberto Palermo