
[thumb:1065:l]Sono stati tutti assolti perché il fatto non costituisce reato avendo agito in stato di necessità i sette imputati del processo per la vicenda di Maria-Vika, la bambina bielorussa affidata ad una coppia di Cogoleto e nascosta per circa un mese per non farla tornare in patria dove, secondo la famiglia affidataria, rischiava di subire abusi nell’orfanotrofio di Vileika.
La richiesta del pm Paola Calleri era di otto mesi. Oltre ai due affidatari, Alessandro Giusto e Chiara Bornacin, nella vicenda erano coinvolti Maria Elena Dagnino, madre di Chiara, Maria Bondi, “nonna” paterna, Aldo Giusto, padre di Alessandro, don Danilo Grillo, il parroco del comune di Cogoleto e don Francis Darbellay, responsabile della struttura in Val d’Aosta dove Maria-Vika rimase nascosta per 19 giorni.
L’ipotesi di reato era per tutti quella di sottrazione di minore. La bimba era rimasta nascosta dal 7 al 27 settembre 2006 in un istituto religioso in valle d’Aosta con le due “nonne” e la vicenda, oltre che un caso umano che spaccò in due l’opinione pubblica, assunse i contorni di un caso diplomatico. Il governo di Minsk, a seguito di questa vicenda, minacciò infatti di interrompere i rapporti con l’Italia, di sospendere gli oltre 150 casi di procedimenti adottivi pendenti e di non far più venire i bambini in vacanza terapeutica.