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Vela, una lettera di Pietro e Gianfranco Sibello dopo la decisione del Tas

Red.
28 Agosto 2008 alle 9:36
28 Agosto 2008
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Alassio. “Restiamo sconcertati: perché non affidarsi alle regole, visto che esistono?”. E’ quanto si chiedono i fratelli Pietro e Gianfranco Sibello, in una lettera pubblicata sul sito della Federvela, dopo la sfortunata esperienza olimpica.

“Abbiamo letto le motivazioni della sentenza del Tas del 23 agosto” dichiarano, “e rimaniamo sconcertati da come risulti lampante che, nonostante siano state violate numerose regole, la giuria abbia palesemente favorito l’equipaggio danese addirittura nel nome dello spirito sportivo ed olimpico.”

“Ma andiamo per ordine. Sono state ignorate tre regole presenti nell’Olympic Measurement regulations: ogni imbarcazione deve portare sullo scafo e sulla vela le insegne (lettere e bandiera) della propria nazione; è stato richiesto agli equipaggi di montare sull’imbarcazione una telecamera del peso di circa 3 kg (tutte le imbarcazioni hanno portato a bordo la stessa struttura dell’ identico peso); dalle ore 19,00 della sera precedente alla medal race, tutte le dieci barche qualificate sono obbligate ad entrare in una zona chiusa non accessibile chiamata area di quarantena, a disposizione per qualsiasi controllo di stazza. La penalità o la squalifica per l’infrazione di queste regole non è automatica ma è a discrezione della giuria.”

“La stessa giuria ha motivato la non squalifica in questo modo: l’equipaggio danese non ha ottenuto alcun vantaggio competitivo a regatare con le insegne croate, gli equipaggi spagnoli e italiani non hanno avuto alcun svantaggio. Le insegne nazionali servono solamente per il pubblico e per i media. Noi abbiamo sviluppato la strategia in un certo modo non vedendo i danesi alla partenza, durante la regata abbiamo visto la barca croata in lontananza, abbiamo considerato che fossero i croati usciti per assistere alla regata, non avremmo mai potuto immaginare che a bordo ci fosse l’equipaggio danese. Il comitato di regata era a conoscenza del cambio di barca ben 15 minuti prima della partenza, perché non ha avvertito i rimanenti nove equipaggi? Dov’è lo spirito sportivo e olimpico?”

“La giuria ha poi sentenziato che i danesi non hanno avuto alcun vantaggio a non montare la telecamera, nelle particolari circostanze 3 kg in meno rispetto a tutta la flotta sono irrilevanti, anzi i poveri danesi hanno dovuto regatare con una barca armata per un altro equipaggio e regolata per altre condizioni. Il medesimo giudizio è stato ribadito per quanto riguarda la quarantena, non c’è stato alcun vantaggio, le barche sono tutte uguali, l’imbarcazione croata è stata controllata e ritenuta ok nonostante abbia passato la notte fuori dalla zona, allora perché siamo obbligati a posizionare le nostre barche nell’area di quarantena?”

“Non finisce qui” proseguono i Sibello, “nel regolamento della classe 49er esiste una chiara regola che indica che in caso di rotture è consentito sostituire solamente ed unicamente l’equipaggiamento danneggiato. È una regola fondamentale, non interpretabile e certamente non discrezionale come quelle precedentemente menzionate. Anche in questo caso la giuria ha emesso la sua interpretazione pur ammettendo la violazione, dicendo testualmente che questa regola va interpretata per le specifiche circostanze e che bisogna prendere atto dei principi generali della competizione sportiva; ma queste belle parole non sono menzionate in alcuna regola!”

“Aggiungono poi che i danesi non avevano tempo per sostituire il materiale danneggiato, ma l’unico modo per adempiere al punto 19.7 delle istruzioni di regata era quello di sostituire in blocco l’intera imbarcazione. (il punto 19.7 dice che una barca qualificata alla medal race deve fare un genuino sforzo per partecipare alla medal race stessa, ma questa regolina è stata inserita per obbligare ad esempio equipaggi già matematicamente vincitori a regatare ugualmente nel rispetto degli alti equipaggi ancora in lotta o per obbligare equipaggi fuori dai primi posti a regatare al meglio per non falsare i risultati).”

“Per rispettare questo punto delle istruzioni di regata i danesi hanno infranto altre regole, nessuno ha considerato poi che la rottura del’ albero non è stata causata da terzi, bensì a causa di una loro imperizia, nonostante ciò sono stati aiutati in tutti i modi per poter partire in tempo, usufruendo di una barca già pronta nel porto quando è espressamente vietato tenere all’interno del porto Olimpico uno scafo di riserva. La giuria aggiunge: valutando il fatto che nella classe 49er le imbarcazioni sono virtualmente identiche, bisogna considerare che la competizione sia solo fra equipaggi e non fra costruttori di barche, è stato corretto dare la possibilità all’equipaggio che sportivamente ha dominato la regata fino a quel momento di giocarsi la medaglia in acqua e non in un aula di giuria. Hanno infine anche elogiato i croati dicendo che sono stati un esempio di spirito olimpico quando hanno deciso di prestare la barca ai colleghi danesi.”

“Ci domandiamo per quale motivo esistano innumerevoli regole nella vela Olimpica, quando possono essere così facilmente calpestate a vantaggio dello spirito olimpico. Ma questo spirito sportivo ed olimpico vale solo per i danesi? Lo stesso spirito di lealtà sportiva sarebbe dovuto valere per tutti ed in particolar modo per i cinque equipaggi che nella finale Olimpica si giocavano le medaglie. Sarebbe meglio affidarsi solo alle regole dal momento che esistono.”

“La storia Olimpica” concludono Gianfranco e Pietro Sibello, “è ricca di esempi in cui grandi imprese sportive sono state messe da parte per il rispetto delle regole. Noi italiani ricordiamo l’impresa di Dorando Pietri, piccolo Italiano dal cuore grande, che durante la maratona delle Olimpiadi di Londra nel 1908 surclassò ogni avversario ed entrò nello stadio ormai vincitore, ma a pochi metri dall’arrivo le forze lo abbandonarono e cadde al suolo. Gli ufficiali di gara lo aiutarono a rialzarsi e lui tagliò il filo di lana, ma fu squalificato in un istante (l’aiuto ricevuto non era permesso), la Regina d’Inghilterra volle ringraziare il nostro atleta per le emozioni ricevute e lo premiò personalmente con una copia della coppa che andò al vincitore, ma non poté restituirgli l’oro Olimpico che perse quando cadde…”

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