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“L’impresario delle Smirne” inaugura il Festival Teatrale di Borgio Verezzi

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Borgio Verezzi. E’ con lo sguardo divertito ma aguzzo dell'”L’impresario delle Smirne” di Carlo Goldoni che prende il via venerdì 11 luglio alle ore 21,30 in Piazza Sant’Agostino, la 42ma edizione del Festival Teatrale di Borgio Verezzi. Lo spettacolo, in prima nazionale, vede la regia di Massimo Belli e porta in scena a Verezzi un bel manipolo di attori: Giuseppe Pambieri nel ruolo del Turco Alì, Maximilian Nisi in quello del Conte Lasca, Maria Letizia Gorga è Lucrezia, Tiziana Bagatella Tognina, Barbara Abbondanza Annina, Tony Allotta Carluccio, Bruno Viola Nibio, Sebastiano Colla Pasqualino, Aldo Vinci Beltrame, Azaiez Riahi, il Servitore; scene costumi sono di Alessandro Ciammarughi, le musiche di Antonio Di Pofi. Repliche il 12 e 13 luglio.

Un testo anomalo, questo di Goldoni, un testo che non sviluppa una trama ben delineata (se lo si confronta con altre opere del veneziano), e neppure porta al suo interno figure `scolpite’ da monologhi poetici o amorosi; piuttosto un affresco, una cantata corale affidata all’insieme della compagnia che lo rappresenta: ogni personaggio, dal Turco al servitore, si rivela incisivo, necessario.

“Goldoni racconta da par suo una situazione che apparentemente è quella di un gruppo di teatranti che per un attimo vivono l’illusione della ricchezza: fare una favolosa tournée in Oriente, grazie all’interessamento del turco Alì che vorrebbe portarli con sé, e tornare carichi di gloria e di denaro, in realtà racconta l’attesa e la disperazione dell’uomo, la sua incapacità a trovare un collante che unisca e l’innato talento invece che lo porta spasmodicamente a cercare di emergere, a detrimento degli altri. Racconta l’egoismo furioso di ciascuno quando vede davanti a sé un’occasione che potrebbe risolvergli la vita.” Così il regista Massimo Belli definisce -d i fronte a un palco in allestimento che ritrae una sorta di “carillon” in cui sta una Venezia appena delineata sul fondo di una `scatola’ fatta di quinte, al cui interno campeggiano paraventi dorati che saranno, di volta in volta, stanze, porte, corridoi, porti, vele – “L’impresario delle Smirne”.

Prosegue il regista: “Goldoni definisce caratteri leggibili su due diversi livelli: il primo, più immediato, è quello di un gruppo di attori squinternati che, attirati dal viscido e cinico Conte Lasca, una sorta di faccendiere ante litteram, cerca di mettersi in favore di vento in vista della scrittura per una tournèe in Oriente, cercando di far valere il proprio talento o mercanteggiando la propria bellezza, ma finendo col darsi addosso, spettegolando l’uno sul conto dell’altro nel vano tentativo di essere il prescelto e scoprendo, man mano che il tempo passa, che il Conte ha fatto a tutti la stessa proposta benché abbia dichiarato il contrario, e sforzandosi a quel punto di catturare le simpatie del committente, il Turco Alì, senza rendersi conto che il modo sguaiato e feroce di dare addosso agli altri non farà che disgustarlo, facendolo desistere dall’idea della tournèe”.

“Accanto a questo primo livello – aggiunge Belli – ce n’è però un altro, più profondo, più universale. Goldoni ci presenta uomini inconsapevoli, incapaci di guardare ciò che accade, uomini centrati esclusivamente su se stessi, poco propensi alla collaborazione, ammalati di protagonismo, uomini che procedono con le mani sugli occhi per non vedere, tutti tesi nella speranza di un deus ex machina che risolverà loro la vita. Uomini che vivono in un’epoca decadente, fatta di egoismi e favori, scambi e veleni, incapaci di valutare la realtà, ciechi di fronte a tutto”.

“Non a caso – conclude il regista – Goldoni si congeda dal pubblico e dai personaggi facendoceli incontrare al porto, in una mattina tetra e fredda di vento rabbioso, insieme al Conte Lasca cui Alì ha lasciato un po’ di soldi per favorire la nascita di un’impresa autogestita dove tutti gli artisti con eguali diritti e responsabilità possano imparare ad agire in armonia nell’interesse collettivo, ma affida la chiusa al Conte e alla sua perfida battuta ‘voi farete una società a carato. Se anderà bene, dividerete il guadagno. Se anderà male..spero non ci rimetterete del vostro’. E non è difficile immaginare chi terrà i denari di Alì e che esito potrà avere il progetto di una compagnia autogestita”.

Red.
12 Luglio 2008 alle 13:13
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