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Savona, quarant’anni dopo il ’68: domani un incontro alla Ubik

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Savona, quarant’anni dopo il ’68: domani un incontro alla Ubik
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Savona. Si terrà domani, sabato 21 giugno alle ore 18, presso la libreria Ubik in corso Italia a Savona, un incontro sul tema: “1968 – Quarant’anni dopo”. Si discuterà di politica e cultura in ricordo di quell’epoca. In anteprima saranno proiettati filmati del periodo. Il dibattito è a cura di Luca Paroldo.

Il ’68 ha rappresentato l’ultima grande ipotesi del ventesimo secolo di un approccio critico radicale alla società, la dimostrata possibilità di scardinarla in una particolare congiuntura. Le forme di partecipazione democratica e le molteplici forme di cultura critica emerse in quegli anni fanno di quella stagione un evento indelebile dell’antagonismo politico e sociale.

Questa conferenza vorrebbe restituire l’intreccio tra ribellione esistenziale e insorgenza politica, rivendicando un bilancio contradditorio ma vitale. Luca Paroldo è dottore di ricerca in Filosofia conseguito presso l’Università di Roma. “il `68 non ha conquistato il potere politico, ha però colonizzato gran parte delle coscienze nel nostro paese, portando a compimento una vera e propria rivoluzione culturale, un profondo cambiamento nel vissuto sociale. Combinandosi con diversi fattori e dando importanti contributi a tutte le battaglie civili degli anni Settanta, il 68 ha dato un contributo significativo, per esempio, nella conquista dello Statuto dei lavoratori, nella battaglia sul divorzio e sull’aborto, ha prodotto, come effetto indotto, la nuova legislazione sulla scuola e l’università.

La diffusione giovanile del movimento ha prodotto cambiamenti radicali nel costume, dalla musica al cinema all’abbigliamento, nei rapporti sociali e interpersonali, in quelli tra padri e figli. Per non parlare del linguaggio, dei diritti del bambino e del giovane. Infine la grande attenzione per gli avvenimenti internazionali, l’apertura cosmopolita, la sensazione dell’esistenza di un pianeta giovanile con interessi sovranazionali comuni, la contemporanea esplosione di rivoluzioni e rivolte in tutto il mondo, hanno creato un clima di attesa e di speranza che ha di colpo svecchiato l’intero Paese. E’ stato, insomma, un cambiamento decisivo nella mentalità collettiva che ha assunto la forma e la sostanza di una vera rivoluzione culturale.

Il movimento del ’68 aveva un carattere internazionale, internazionalista, policulturale e interclassista, possedeva una varietà di componenti che finirono per caratterizzarsi in un cocktail esplosivo e variopinto, innestandosi sul filone della protesta operaia e, quindi, sulla tradizione del socialismo internazionale. Ma con una fantasia e una libertà di espressione a questo sconosciuti. E non poteva essere diversamente. Furono gli anni Sessanta, infatti, a preparare il 68. Anni di profondi cambiamenti. Il più importante fu il boom economico, figlio dell’espansione edilizia e della diffusione del pagamento dilazionato (la cambiale) che consentì la vendita sterminata di merci, case, automobili e elettrodomestici. Il Pil cresce e per la prima volta nel governo entra il Partito socialista, dopo la rottura dell’alleanza con il Pci. La conseguenza di questa ventata di benessere fu la diffusione della scolarizzazione che, nel giro di quasi dieci anni, alla fine del boom, consentì il parcheggio scolastico di forza lavoro disoccupata. Le strutture della scuola pubblica ideata da Gentile e dell’università scricchiolarono sotto il peso di una traboccante umanità in cerca di istruzione e cultura, ma le risposte furono ancora autoritarismo e dogmatismo.

Una continua spinta libertaria travolse la società: dagli studi di Piaget sulla psicologia infantile si passò alle geniali denunce del prete di Barbiana, don Milani. Mary Quant inventò la minigonna, i giovani scoprirono la libertà sessuale, si fecero crescere i capelli, impazzirono per il rock, cominciarono ad amare la trasgressione. Ai Beatles venne dato l’ostracismo televisivo mentre in Italia e in tutto il mondo migliaia di giovani formarono bands e gruppi musicali, inventarono un loro linguaggio rinunciando a imitare quello degli adulti. In questo fermento di idee emersero valori comunitari, un atteggiamento non egoistico ma solidaristico, la libertà sessuale, la libertà di scelta individuale, l’emancipazione dall’etica familiare in favore della solidarietà di gruppo giovanile.

In Italia crebbe l’interesse per la situazione internazionale, mentre tutte le contraddizioni di un paese in crescita economica e sociale stavano per esplodere nel contatto con istituzioni, ideologie, mentalità rimaste -malgrado l’apparente evoluzione del dopoguerra- quelle provinciali e arretrate del periodo fascista e prefascista.

Mentre la classe operaia si apprestava a chiedere legittimamente la propria fetta del boom economico (l’autunno rosso del ’69), il pianeta giovani si guardava intorno alla ricerca di miti e modelli da cui trarre ispirazione, rifiutando progressivamente l’intera visione del mondo dei padri e degli adulti in genere e innescando un conflitto generazionale liberatorio e benefico che portò una ventata di verità su rapporti e legami incrostati di ipocrisia e vuota retorica.

Paternalismo e autoritarismo divennero il nemico da rigettare ma il rifiuto si trasformò presto in una feroce critica della cultura tradizionale, della cultura borghese. I risultati delle rivoluzioni culturali non sono immediati, le trasformazioni sociali avvengono con disarmante lentezza e con processi tutt’altro che lineari e tuttavia l’aspirazione a vivere in un mondo pacificato e sereno, il bisogno di superare la terribile disparità nella distribuzione delle ricchezze, la prospettiva di una soluzione globale per i problemi del mondo, si vanno presentando sempre più chiaramente come vere e proprie necessità, si manifestano come esigenze sempre più attuali e vive, se non come l’unica strada da percorrere per salvarci”.

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Red.
20 Giugno 2008 alle 9:25
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