Pietra Ligure. L’Unità Spinale del Santa Corona sarà presto coinvolta nella prima sperimentazione clinica al mondo che prevede la somministrazione di Epo (eritropoietina) nei pazienti con lesione midollare traumatica. Il reparto pietrese sarà uno degli undici centri italiani che parteciperanno al progetto. L’iniziativa vedrà anche la partecipazione dei reparti di Rianimazione, Pronto Soccorso e Neuroradiologia.
“La sperimentazione sarà tesa a dimostrare l’efficacia terapeutica dell’Epo: in recenti studi condotti sui ratti è stato osservato che la somministrazione di Epo per via endovenosa può accelerare il recupero neurologico ed attenuare gli effetti dello shock spinale di origine traumatica”, spiegano alla Direzione sanitaria.
“Una risposta positiva aprirebbe nuove prospettive nell’approccio terapeutico, creando i presupposti per contenere il danno neurologico e limitare la disabilità conseguente”, aggiunge il direttore dell’Unità Spinale Antonino Massone.
La lesione midollare traumatica è una delle maggiori cause di disabilità nel nostro Paese. L’incidenza è compresa tra 18 e 25 casi annui per milione di abitanti. In Italia la mielolesione traumatica ha una prevalenza di 60-70 mila casi.
Si tratta di una patologia ad elevato costo gestionale ed elevato impatto sociale. La ricerca clinica ha identificato sino ad ora solo un trattamento farmacologico di controversa efficacia, che ha ottenuto risultati insoddisfacenti sia in termini di efficacia che di tollerabilità.
Il progetto di ricerca in programma al Santa Corona interesserà in tutto 100 pazienti e durerà circa 24 mesi.
“Fondamentale sarà anche il supporto della Rianimazione, del Pronto Soccorso e della Neuroradiologia, secondo una logica di collaborazione interdisciplinare e di condivisione delle risorse a disposizione”, dicono alla Direzione sanitaria.
Una collaborazione che potrà costituire un banco di prova in vista dell’ipotizzata realizzazione del Trauma Center.
“Il Trauma Center nasce dall’esigenza di fornire una migliore assistenza e cura al traumatizzato grave, spesso giovane ed in età lavorativa, al fine di consentire una riduzione della mortalità ”potenzialmente evitabile” e una minore incidenza degli esiti invalidanti, con riduzione dei costi sociali – spiegano in Direzione – La sua realizzazione è possibile soltanto se esistono importanti presupposti, quali una stretta sinergia ed una positiva collaborazione tra il personale medico ed infermieristico”.