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Microsoft, da domani finisce l’era Gates

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Dopo 33 anni, qualcosa come 1.712 settimane, Bill Gates lascia il timone di Microsoft. L’imperatore dell’informatica cederà il testimone a Steve Ballmer per dedicarsi alla Bill and Melinda Gates Foundation, l’istituto filantropico più ricco del mondo con i suoi 37,3 miliardi di dollari, fondato nel 2000. Insomma, l’uomo che fondò con Paul Allen il colosso dell’informatica nell’aprile del 1975 nel New Mexico, ad Albuquerque, esce di scena, anche se manterrà la carica di presidente e, per un giorno a settimana, si presenterà in ufficio.

Da lunedì, per Microsoft comincerà una nuova era. Quando circa due anni fa Bill Gates ufficializzò la decisione di andare in pensione e cedere il testimone a Ballmer per gestire la sua fondazione umanitaria con la moglie Melinda, la prima cosa che fece il suo ex compagno di college fu di andarsi a rileggere il trattato sulla leadership scritto nell’Ottocento da Max Weber. Ciò che stava particolarmente a cuore all’amministratore delegato del colosso di Redmond era capire come le grandi organizzazioni dovessero gestire la scomparsa di un leader carismatico.

“E’ necessario che sia il leader stesso a nominare il proprio successore”, scrisse il sociologo tedesco oltre 100 anni fa. L’indicazione è stata seguita. Nel giugno 2006 arriva la consacrazione: lo sviluppo informatico della compagnia passerà dal prossimo venerdì ai due più stretti collaboratori di Gates Craig Mundie e Ray Ozzie. La preoccupazione di Ballmer era più che giustificabile. Dai primi anni di sviluppo fino ai giorni nostri il nome di Microsoft è sempre rimasto legato a quello del fondatore. Un binomio praticamente indissolubile che trova giustificazione nella capacità visionaria di Gates, la cui grande intuizione fu quella di creare per il settore informatico uno standard unico, di facile utilizzo per il grande pubblico.

E data la naturale tendenza delle ‘killer application’ a fagocitare le altre tecnologie non ci volle molto a Microsoft per diventare il punto di riferimento mondiale dei personal computer, attirandosi anche le attenzioni delle autorità antitrust. Insomma, con l’uscita di scena del fondatore, Microsoft riuscirà a correre da sola? Il valore aggiunto di Bill Gates è talmente elevato che ci vogliono due teste per compensarlo, ha scritto recentemente il ‘Financial Times’, riferendosi a Mundie e Ozzie. Oltre alla ‘vision’ di Gates un altro punto di forza di Microsoft è stato per anni il rapporto di amore-odio tra il fondatore e Steve Ballmer.

“C’era forte competizione – spiega George Colony analista di Forrester Research – quando si scontravano era assistere quasi a una reazione atomica”. Non sempre però gli effetti di questo contrasto erano circoscritti. Il ‘Wall Street Journal’ qualche giorno fa ha scritto come il conflitto tra i due abbia spesso prodotto delle paralisi nel processo decisionale della compagnia che permane tutt’oggi e che ha spinto gli stessi membri del cda ad adoperarsi spesso come mediatori.

Secondo alcuni osservatori, il contrasto nasceva un po’ dalle resistenze di Gates ad accettare il ruolo di ‘secondo’. Resistenze che si sono completamente appianate nel 2001, quando proprio il prodigio di Seattle ammise di dover accettare il ruolo di numero due della compagnia. La conferma della avvenuta ‘pax familiae’ si è avuta nel corso della tormentata offerta per Yahoo. Pur non essendo tra i maggiori fautori dell’acquisizione, successivamente andata in fumo, Gates ha mantenuto una linea di basso profilo al punto da dichiarare pubblicamente di “non nutrire un punto di vista differente sull’operazione da quella di Steve”.

La pensione di Gates arriva in un momento cruciale per Microsoft il cui errore strategico in questi ultimi anni è stato forse quello di aver sottovalutato le potenzialità del settore della ricerca su Internet e dunque del ‘newcomer’ Google. Ballmer imputa ai problemi sorti con il sistema operativo ‘Vista’ la principale ragione della perdita di sprint di Microsoft. “Ha calcificato la nostra capacità di reagire”, ha detto. Gli analisti però credono che le radici del declino siano più profonde. “Il punto è: riuscirà l’azienda a reinventarsi?, perchè è di questo che ha realmente bisogno”, evidenzia Colony. Anche il fallimento dell’opa su Yahoo! getta nuove ombre sulla capacità del colosso di Redmond di scardinare la leadership nel settore pubblicitario on line della rivale di Mountain View.

E’ ancora presto però per decretare il vincitore. Microsoft continua infatti a non sposare la formula del ‘software on line’ propugnata da Google. “Riteniamo che i gadget intelligenti e le apparecchiature continueranno a rivestire un ruolo di primo piano per l’utilizzo del software”, ha detto Mundie e l’obiettivo nell’arco dei prossimi anni “sarà quello di far viaggiare il software su miliardi di apparecchi che dovranno essere coordinati, messi in comunicazione tra loro e connessi a una sistema di intelligenza a strati alimentato da un computer centrale”. La sfida insomma è aperta.

Redazione
26 Giugno 2008 alle 19:00
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